Uno dei più assidui “visitatori” e partecipanti ai forum di questo sito (Legno Storto), Nicolò Vergata, che giustamente mette in risalto tutta una serie di problemi relativi alla nostra epoca, offre uno spunto che secondo me merita un particolare commento che considero di rilevante importanza. Quello dei valori da attribuire alle persone anziane ed al loro pur sempre valido imprescindibile contributo. Tutti abbiamo sotto gli occhi l’isolamento in cui il nostro stile di vita induce gli anziani. Nella nostra degenerata visione ” i vecchi” sono osservati come degli individui che non servono più e che ormai costituirebbero solo un peso per il resto della società. A questo contribuisce, naturalmente, anche una certa distorta concezione da parte degli Italiani che hanno, in grande maggioranza, come massima aspirazione, quasi sempre, la sospirata “meritata pensione”: il giusto riposo. In realtà si tratta di un’ aberrazione che nasce dall’ambiguo concetto molto cattolico, secondo il quale lavorare equivale ad un castigo. Nell’ottica dello spirito protestante, al contrario, il lavoro è un mezzo di realizzazione, attraverso il quale si acquisisce dignità; ossia, l’individuo realizza se stesso tramite la messa in pratica delle sue capacità, delle sue abilità e delle sue aspirazioni, se ne possiede.

Coloro che non hanno una visione molto ampia del mondo, soprattutto quelli che credono ancora che l’ Italia sia il centro del mondo, come all’epoca della Roma imperiale, incapaci d’intendere come da molto tempo, ormai, siamo diventati periferia, sono soliti ad attribuire questa anomalia riservata agli anziani al modello economico del mercato; modello che molti chiamano, in modo troppo riduttivo ed equivoco, “capitalismo”, espressione peggiorativa coniata da uno storiografo – Karl Marx - che non ha mai capito il funzionamento del mercato e che in fatto di economia ha solamente preso pesci (d’aprile). Tanto è vero che le sciocche profezie che egli aveva immaginato ed ingenuamente annunciato, non solo non si sono mai avverate, ma al contrario, nel mondo occidentale, la ricchezza raggiunge ogni volta un numero più vasto di famiglie e gli individui sono sempre più indipendenti dall’oppressione dei poteri economici e politici. Intanto, l’ironia ha voluto che l’annichilamento dell’essere umano, che egli tanto avversava, si era prodotto proprio nel sistema che i suoi correligionari avevano creato. Alla fine, quel totalitarismo, malgrado la forza con cui si era imposto nei Paesi socialisti, nonostante la repressione brutale e sanguinaria, è morto di morte naturale, mentre il mercato che no può essere imposto o controllato, perché esso è un ordine spontaneo e si impone da solo, sopravvie adattandosi alle preferenze degli individui che interagiscono fra di loro, in modo del tutto indipendente ed inconsapevole.

Ora, chi conosce un po’ il mondo moderno e soprattutto gli Stati Uniti, vedendo persone anziane che svolgono attività non impegnative dal punto di vista fisico, sovente si sorprende: è frequente vedere persone anziane che rispondono al telefono, che smistano la posta o che ricevono i visitatori negli atri di ricevimento di piccole, medie e grandi società. E lo stesso criterio viene applicato nei servizi del tempo libero, come nei casinò americani etc. Dal punto di vista teorico, pessimista e poco costruttivo, questa sarebbe una pratica che sfrutta il lavoro dei “vecchi”; dal punto di vista più ottimista, costruttivo e pratico è un’ opportunità che si offre all’individuo anziano di partecipare alla vita sociale ed economica in cui egli può ancora dare un suo utile contributo al benessere della collettività.

In Europa, ma soprattutto nei Paesi Latini, per certe funzioni, magari, si preferiscono belle signorine dalle gambe lunghe scarsamente coperte da gonne corte, o che usano magliette troppo piccole per coprire l’ombelico e dai bei generosi seni esposti. Si potrà arguire che gli Americani sono troppo puritani od ipocriti per ammettere apertamente il proprio apprezzamento per certe bellezze fisiche della natura umana e qui potremmo discutere all’infinito, fino a stancarci.

Il dilemma, secondo me, nasce anche dalla concezione che noi tutti abbiamo della vita. Non possiamo pensarla tutti allo stesso modo, anche se ogni tanto qualcuno vorrebbe inserire nel nostro sistema di comprensione, a colpi di minacce o di martello, idee estranee alla nostra capacità interpretativa. Noi, infatti, possiamo capire solo attraverso i canali della nostra particolare sensibilità, che cambia in funzione delle nostre esperienze e di tanti altri numerosissimi fattori specifici.

Secondo un vecchio paradigma che già una parte della filosofia greca giustificava, l’ultima finalità degli umani è quella di essere felici. Certo, non è sbagliato aspirare alla felicità, anzi, è naturale. Ma come mettere d’accordo due sole persone sui modi, tempi ed i mezzi di realizzare tale finalità? Non per caso, ognuno di noi si realizza in virtù della propria indole, secondo la propria educazione e delle proprie preferenze; perché siamo individui e, contrariamente a ciò che certi ottusi e cocciuti impostori si ostinano ad affermare, noi non solo non siamo tutti uguali, ma al contrario, siamo tutti, ma proprio tutti e veramente tutti, uno diverso dall’altro, senza un’unica eccezione. Per questo motivo, ognuno di noi cerca la propria felicità come meglio intende e liberamente crede e sceglie.

Il giovane atleta si realizza mediante le sue prestazioni fisiche, giocando al calcio, a tennis, scalando montagne etc.; colui che predilige la lettura avrà un’infinita scelta delle tematiche di sua preferenza; lo scienziato si realizza a capire i segreti della natura o della fisica, mentre i filosofi od i pensatori si dilettano spremersi le meningi nel difficile compito di dare un significato ai misteri dell’ esistenza.

Ci sono anche quelli che si realizzano riempiendo la bocca e lo stomaco, mangiando pasta asciutta e bistecche al sangue ed altre leccornie, secondo il loro gusto; altri si realizzano giocando a briscola, a tre sette, a bridge o a scacchi; e ci sono pure quelli che si realizzano nell’ozio, del puro tedio, vivendo in una noia insopportabile e nel nostro Paese, purtroppo, non sono pochi. Ma ciononostante, nessuno potrà negare loro tale diritto purché, poi, non vengano con pretese di voler dividere i risultati con chi ha impiegato il proprio tempo in modo più profittevole, perché c’è anche chi si realizza con le prestazioni professionali; mentre alcuni si realizzano accumulando il frutto dei propri particolari sforzi.

Tutti cerchiamo di stabilire una conferma; una prova che in primo luogo risponda alle nostre particolari domande, per soddisfare noi stessi, ma sovente abbiamo altrettanta necessità di soddisfarci nella ricerca anche del consenso altrui.

L’ essere umano nasce come un essere estraneo smarrito nell’universo; nasce prigioniero della sua incoscienza, dei propri limiti e dà il suo primo grido di libertà, appena viene liberato dal ventre della madre in cui era libero in un limitatissimo spazio. Appena gli sarà possibile, si guarderà attorno, nell’intento di capire quell’ ambiente; deve anche imparare a conoscere se stesso per stabilire dove sono i propri limiti, perché egli stesso è il parametro di misura di tutto il resto, anche di ciò che lo circonda; e così dibatte mani e braccia, mette in bocca dita e quant’altro perché ha bisogno di dare una dimensione, una forma a tutto ed in primo luogo a se stesso. Egli deve capire cosa rappresenta la sua presenza nello spazio. Egli pare intendere che per capire l’ambiente deve soprattutto conoscere la propria misura, la propria dimensione nello spazio che ha attorno a sé. Egli è prima di tutto un empirico e toccare e provare è un esercizio che non finirà mai ed il Premio Nobel per la letteratura, Octavio Paz, suggerisce che se l’ essere umano ha una finalità, essa forse è di cercar di dare un senso alla vita.

Bene, dopo questa digressione, torniamo a noi ed all’assunto che Nicolò Vergata ha indicato a proposito della questione degli anziani nella nostra vita moderna.

Una delle più palesi e più critiche deformazioni del sistema in vigore in Italia è, appunto, quella che non premia lo zelo, né l’impegno sul lavoro, nemmeno i risultati e neanche la responsabilità; bensì, favorisce la militanza, l’ astuzia, l’impegno politico e la famosa anzianità di servizio. E qui nasce un altro problema gravissimo che nella nostra era è diventato un vero paradigma; quello secondo cui gli anziani, oramai demotivati, non lavorano, non rendono e non sono più utili a nessuno; non solo, ma diventerebbero addirittura dei pesi. Non c’è niente di più falso! In realtà si tratta di una vera e propria inversione di valori, una delle tante che il nostro modello coltiva e gelosamente conserva.

E di questo tema si è occupato l’intellettuale tedesco Frank Schirrmacher che su di un possibile futuro conflitto fra generazioni di giovani e “vecchi” fa suonare il campanello di allarme. Un conflitto fra impreparati ed esperti, fra teorici e pratici; un conflitto fra l’astratto ed il concreto. Per questo egli raccomanda una urgente rivalutazione degli anziani, i quali possono certamente ancora contribuire molto alla vita sociale ed al benessere della comunità. Ciò è evidente, in primo luogo per quel grande patrimonio costituito dall’accumulo della loro esperienza che si traduce e manifesta nella saggezza; ed in secondo luogo perché, oltre a poter agire da elemento equilibratore e moderatore nei confronti dell’azione dei giovani, che per natura sono più impulsivi, impazienti e pertanto sono più propensi all’ avventura e sovente non misurano i tempi, e spesso bruciano le tappe, saltando fasi che possono risultare utili e fondamentali – cosa molto opportuna in certi casi, ma altrettanto nociva in altri – quando gli anziani, possono “complementare” l’inesperienza e l’immaturità di chi non domina le misure: essi, infatti, possono dedicare e coprire quelle attività che richiedono più attenzione, calma, pazienza, prudenza e ponderazione.

Queste, infatti, sono alcune delle tante qualità che caratterizzano, appunto, tale importante categoria umana che, dopo aver vissuto una certa vita, non si lascia più dominare dall’ intemperanza dell’impeto, non si lascia ingannare da certe apparenze, ma usa l’equilibrio, avvalendosi della moderazione adeguata.

Forse, dovremmo imparare un po’ dai Cinesi, i quali con il Confucianesimo, hanno sviluppato un’etica specifica per gli anziani; essa si fonda tutta sul rispetto nei confronti del più esperto; valorizza l’esperienza dell’anziano che viene messo su di un grado gerarchico superiore proprio per la sua sapienza. Si tratta di una dottrina che contempla la tradizione e consolida il valore di quella cellula, di quel nucleo che costituisce la famiglia, dove la conoscenza viene vista come patrimonio di virtù, da conservare come esempio e paradigma.

Anche da noi la famiglia copre un importante ruolo, ma il sistema paternalista e corporativista che si è imposto nel nostro Paese, ha deturpato molti parametri che potranno essere corretti solo con il tempo e con una radicale revisione. E’, dunque, necessario recuperare valori concreti quasi persi, lasciando da parte concetti deformanti, come quelli dei diritti ottenuti con il ricatto collettivo, a scapito dei privilegi conquistati dall’ individuo, grazie al proprio effettivo merito, con il suo individuale impegno e zelo.

Viviamo in un Paese in cui un certo numero di persone che si oppongono alla globalizzazione della conoscenza, dello sviluppo e del benessere, mentre queste stesse persone vorrebbero continuare – come già in passato – a globalizzare la collettivizzazione dei diritti, sovente estorti in modo improprio, estendendo facoltà di merito a tutti, anche a coloro che merito alcuno possono vantare. Questo modo di concepire il diritto è in contrasto con la propria legge naturale, dove perfino gli animali sono chiamati a sforzarsi per meritarsi il cibo: giusto premio allo sforzo.

Ecco che il nostro non è un modello pragmatico, bensì virtuale; o meglio, esso mira soprattutto a finalità puramente teoriche. Il modello italiano è quello che più premia la teoria, ovvero, le buone intenzioni; dove è l’attestato, l’attributo a conferire autorità o grado gerarchico. Il documento, il progetto o l’idea è che determinano il merito; essi stabiliscono prestigio e non l’esperienza o gli effettivi risultati; quindi, si concede più credito ai propositi, ai certificati, all’esteriorità, alle apparenze, alla facciata in completa antitesi con il sistema pragmatico che non valorizza i dettagli, bensì premia l’efficienza, la competenza e l’effettiva utilità; e così, alla fine, dalle nostre parti, il merito passa in secondo piano.

Nel nostro sistema, dunque, si privilegia il titolo a scapito della capacità o dell’ efficienza; in esso il modello teorico si impone a quello della pratica; si preferisce l’ideale, ossia l’irreale, e si trascura il risultato che invece è reale. Tutto ciò non fa che stimolare, la pigrizia e l’indifferenza mentre nel modello che contempla la pratica empirica si incentiva l’azione, si motiva la partecipazione, l’interesse diretto dell’ individuo al risultato effettivo, al quale l’individuo aspira con suo personale impegno; di conseguenza sviluppa un naturale senso di responsabilità.