Famiglia ed autorità

Tempo permettendo, mi concedo qualche sfuggevole sbirciata alla colonna dei forum di questo magnifico LEGNO STORTO; in esso “nico11″, criticando la leggerezza di certi argomenti, propone una discussione su di un episodio di violenza che si è prodotto fra figlio e genitori; mi par di capire che egli attribuisca certe responsabilità alle TV. Personalmente, credo che la TV abbia meno influenza sugli individui di quanto, in genere, le accreditiamo. Infatti, anche la pubblicità sulla TV, se non è ripetitiva e martellante, ha scarso effetto. La TV, secondo me, è un mezzo estremamente volubile proprio perché non si fissa nella nostra memoria come un’esperienza; essa è assimilata distrattamente; un film od una notizia, normalmente, non penetra in profondità della nostra memoria, ma si fissa solo in superficie in modo provvisorio: quelle immagini che sfuggono velocemente non ci permettono di ragionarci e formarci dei criteri; esse svaniscono molto in fretta. Questo perché, in genere, assistiamo in modo passivo; noi subiamo la TV, mentre un giornale od un libro lo leggiamo in modo attivo e così richiedono uno sforzo volontario.

Ad ogni modo, non si può negare che episodi d’intolleranza in famiglia sono fenomeni che si ripetono anche con crescente e preoccupante frequenza. E’ cosa grave; ma ciò che è peggio è il fatto che pochi si chiedono o cercano di indagare le origini di tali fenomeni e non si preoccupano per cosa stia succedendo nelle nostre famiglie. Quindi, la discussione che si propone, giunge a buon proposito, perché si tratta di un tema estremamente delicato e che mette in luce due crisi: autorità ed identità.

Le cose non sono né così semplici come sembrano, né forse così complesse come si potrebbe pensare. Non risolviamo le crisi nemmeno, cercando di meglio dosare l’ autorità in famiglia; la famiglia coinvolge solo una parte della nostre giornata: quella della vita privata; mentre la vita pubblica, in comunità, risponde per la parte restante; infatti, ci sono le scuole, il lavoro ed il tempo libero etc. Pare che sia in gioco anche la fiducia fra generazioni; c’è un problema – direi – di dimensioni: i giovani che non conoscono i propri limiti. E’ un problema di conoscenza che hanno o no di se stessi; ecco la crisi di identità.

Viviamo un momento di grandi cambiamenti ed i nostri bisnonni, forse, avrebbero qualche seria difficoltà ad inserirsi nel nostro modello, oltremodo dinamico e mutevole. Stiamo attraversando un momento di transizione in cui certi valori si stanno rimodellando ed altri, purtroppo perdendo. Come al solito tutto scorre e, come avviene sempre, dopo grandi cambiamenti, come nei terremoti, è necessario un periodo di assestamento.

Sarebbe facile concludere che il mondo di ieri era migliore di oggi, ma lo sarebbe solo in minima parte; elencare i vantaggi di cui godiamo in questa generazione richiederebbe, forse, non uno bensì più libri completi e l’assunto non si esaurirebbe ancora, perché non tutti la pensano allo stesso modo, per fortuna.
Il mondo, a mio avviso, è molto migliorato; oggi, molti vivono bene; molti altri vivono meno male delle generazioni precedenti. Certo, non tutti sono stati ancora raggiunti dal progresso, ma in generale, oggi, c’è più benessere ed è pure meglio distribuito; inoltre, per la maggioranza degli individui c’è più indipendenza. Ma ogni cosa ha due polarità: quella positiva, focalizzata di preferenza dagli ottimisti e quella negativa che richiama l’attenzione dei pessimisti. Bisogna ammettere, comunque, che dove c’è il bene c’è pur sempre una certa dose di “meno bene”, anche se non sempre è facile distinguere l’uno dall’altro: spesso le apparenze impediscono di capire certi aspetti e determinate sfumature. E ciò che è buono per alcuni, per altri può essere pessimo e viceversa.
Ciononostante, pare, che nelle famiglie moderne tutto questo cambiamento e questo benessere produca qualche squilibrio e sovente fa perdere quella rotta, quella tradizione che generazioni dopo generazioni seguivano e che costituivano dei veri paradigmi.

Nella nostra gioventù, eravamo assoggettati ad una certa educazione; essa seguiva quei parametri che venivano rispettati e trasmessi dal nonno al padre e dal padre ai figli ed i figli, a loro volta, con le loro modifiche, li trasmettevano alla propria prole. Avevamo una certa disciplina da seguire; la fiducia ed il rispetto per la persona più anziana, più matura e generalmente anche più saggia, ci serviva da guida. Quel metodo era fatalmente anche un po’ autoritario ed imponeva un po’ a tutti delle limitazioni, certe rinunce o sacrifici; e tutti soffrivamo le nostre piccole frustrazioni, alle quali dovevamo abituarci e dopo aver imparato le regole del gioco, dovevamo superarle nella misura in cui l’età ci modellava. I genitori, gli educatori e tutti coloro che in ordine d’ importanza e di autorità guidavano quella gioventù, ci preparavano non solo all’osservanza, al rispetto per le gerarchie e per le regole di senso comune, ma ci abituavano anche a convivere con quelle frustrazioni, quelle nostre sconfitte spicciole di ogni giorno. Esse avevano pure un benefico effetto: agivano come il metallo che si tempera caldo nei bagni di acqua fredda…

La gioventù di oggi è molto più indipendente; per certi aspetti molto più sveglia, più agile, più perspicace etc. etc,, non soffre quasi più quelle piccole frustrazioni, può accedere a quasi tutto; sovente, possiede tutto, o quasi; può chiedere, anzi può esigere di tutto e vive non più in libertà – che è un bene – ma addirittura “in libera licenza”; licenza di fare ciò che vuole; anche di trasgredire, senza molti limiti, in un permissivismo sempre più tollerante, ma anche molto pericoloso, perché espone i deboli a correre rischi dai quali, per mancanza di struttura non sempre si salvano. Se da un lato ciò è positivo per alcuni, per altri può risultare molto nocivo, anzi fatale.

In tale ambiente i giovani si abituano ad averle tutte vinte ed appena affrontano un qualsiasi piccolo e minimo ostacolo – magari all’ età di vent’anni suonati e con tanto di barba sul viso e peli sul torace da esibire alla vista delle ragazzine – si sciolgono in puerili pianti, come indifesi bambini piccoli. Manca loro la struttura, la tempera. Ecco che si manifestano le loro vere debolezze, sovente molto bene dissimulate dall’ esuberanza che li contraddistingue: l’incapacità di saper soffrire una minima sconfitta; l’incapacità di sforzarsi per superare i più semplici banali ostacoli. La prova? Il più drammatico angoscioso aumento dei suicidi fra i giovani.

Recentemente, LS mi ha pubblicato un articolo in cui menziono il problema del futuro conflitto di generazioni, fra giovani ed anziani; in esso, avevo citato uno studioso tedesco che da qualche tempo lancia l’ allarme, avvisando che le cose potranno peggiorare, ed è necessario agire e presto. Frank Schirrmacher, infatti, raccomanda una urgentissima rivalutazione degli anziani, restituendo loro quelle prerogative proprie delle persone esperte che l’ultima generazione ha svalutato e scaricato come se fosse un peso morto. Ho già scritto che non è il modello di mercato che produce tale distorsione, bensì il modello che valorizza oltremodo la pensione per anzianità e non per capacità o merito.

E’ necessario, dunque, restituire la dovuta autorità (nel senso del rispetto e prestigio) che compete ai saggi, ovvero a chi ha accumulato esperienza, cioè ai genitori, ai nonni, agli anziani – in fine – a coloro che hanno trascorso la vita accumulando esperienze, lavorando per molti anni; la pensione del meritato riposo non può trasformarsi in ghetto. Gli anziani hanno ancora molto da insegnare, da contribuire, perché gerarchicamente, in termini di età, sono molto meglio preparati dei giovani. Hanno tutta una serie di virtù che spesso alla gioventù sfuggono; le più importanti delle quali sono la prudenza, la pazienza o in una parola sola, l’ equilibrio; eppure, “i vecchi” sono stati emarginati. A questo proposito avevo citato il rispetto esistente ancor oggi nei loro confronti nelle famiglie orientali, in Cina, in Corea ed ovunque dove la dottrina di Confucio resiste saldamente.

Non oserai mai suggerire di tornare indietro nel tempo e non solo per l’elementare fatto che materialmente ciò non è possibile: il passato non si ripeterà mai – ma perché sono convinto che la modernità ha molti vantaggi sul passato. Pertanto, è bene saper guardare avanti e non indietro; mantenere certe linee e conservare ancora determinati paradigmi che sono stati scartati prematuramente. Per farlo bisogna, dunque, valorizzare nuovamente l’esperienza degli anziani, la loro conoscenza, le loro insostituibili sapienze e capacità.

Nel mondo giudaico/cristiano in cui viviamo e che ha fornito all’umanità tantissime qualità, conducendoci dove ci troviamo, ci sono anche degli aspetti che non sono poi tanto positivi. Fin da ragazzi apprendiamo che siamo stati cacciati dall’ Eden per castigo; saremmo stati “condannati” a lavorare per avere disobbedito; come se lavorare, ossia provvedere a se stessi, fosse una condanna e non una salvezza! La conseguenza di questo modo di concepire la nostra realtà è pessimista: ci induce a considerare il nostro dovere intrinseco in modo sbagliato, vedendo il lavoro come punizione, un vero sacrificio. In certi luoghi, lavorare è sinonimo di fatica, ossia sofferenza. Ciò mi fa ricordare come in Africa Centrale certi autoctoni, quando si incontrano, si salutano – nel loro pidjin english (un linguaggio semplificato di circa centoventi espressioni – dicendo: “ashia for work” che si traduce pressappoco con “mi spiace che tu debba lavorare”… Io, secondo tale parametro sarei un degenerato; invece, credo di potermi considerare fortunato. Premiato per avere potuto imparare da mio padre che il lavoro è anche o soprattutto un piacere. Mio padre era un naturalista ed il suo lavoro non era al tavolino; richiedeva fatica e rischi. Oggi posso affermare quale privilegio costituisce tale eredità…

Possiamo accettare l’idea che il lavoro è veramente un sacrificio, od una tortura? E’ ammissibile l’idea che l’ozio sia costruttivo, o creativo? Ma per carità! non vediamo che creativa e costruttiva è la motivazione? L’uomo è diventato tale per via dell’ozio o per via della fame? Certamente per paura, per necessità e per previdenza. Io mi posso anche sbagliare, ma sinceramente in questo caso non lo credo. Io credo, invece, che di fatto il lavoro può essere considerato un privilegio, perché è attraverso di esso che l’individuo si realizza. Ogni essere umano ha le sue aspirazioni, le sue ambizioni e desidera realizzarle nella ricerca della propria soddisfazione. Egli, tuttavia, non conosce se stesso e continuamente mette se stesso alla prova. Per avere la misura di se stesso, deve poter provare e realizzare; egli sbaglia, naturalmente; ci riprova, impara ed con ogni minimo successo si sentirà gratificato. Realizzando i propri limiti egli si sentirà non solo soddisfatto, ma avrà l’opportunità di misurarsi con e nell’ambiente che lo circonda; è questo che permette ad ogni essere umano di conoscere se stesso di misurare i propri limiti e conferirsi una posizione ed una dimensione. E’ in questo modo che possiamo dare, un senso positivo, un significato alla nostra vita.

Con inusitata e noiosa insistenza ho condannato il paternalismo di stato, quella che il potere politico definisce “solidarietà”, ma che in realtà è imposizione perché la solidarietà non sarà mai tale se non è spontanea. Alcuni lettori che mi hanno privilegiato della loro attenzione e mi hanno anche criticato e contestato; rispetto le loro opinioni, ma le mie convinzioni mi inducono a dissentire dalle loro critiche; infatti, continuo a credere che il discorso sia valido non solo per il paternalismo di stato, ma anche per quello della sfera privata, quello spicciolo di casa nostra.
Quanto più aiutiamo i nostri figli e tanto meno impareranno a capire i valori del merito. Osserviamo ammirati, come i genitori di oggi allevano i propri figli con il massimo di attenzione, con delicata dedicazione e generosa passione. I figli e le figlie sono trattati da piccoli principi e da principessine, sovente, oltre il limite tollerante del deleterio narcisismo; essi vengono adulati e protetti nell’ovatta come oggetti fragili e preziosi. Preziosi, sì, siamo d’accordo; fragili, non sempre, anzi, siamo noi che li rendiamo fragili con il nostro metodo esageratamente protettivo.
Studiosi francesi hanno osservato in esperimenti come bambini cresciuti in ambienti completamente igienici, erano più esposti alle malattie, comparati a bambini cresciuti in libertà. I primi soffrivano ogni genere di allergie, perché privi di anticorpi; gli altri erano forti e resistenti.

Il Premio Nobel per la fisiologia Konrad Lorenz, uno dei maestri dell’etologia – dottrina che studia e compara il comportamento animale in rapporto agli umani, conferma queste tesi. Basta aver avuto cani, per capire ciò che voglio dire. La madre dei cuccioli potrebbe dare molte lezioni; essa li prepara e li svezza; insegna loro a difendersi; li provoca, li stuzzica, li azzanna delicatamente con una specie di amorevole cattiveria, spesso sconosciuta e non capita dai nostri genitori moderni. E’ interessantissimo osservare come e con quale dedicazione insegna ai piccoli ad essere forti, furbi ed abili; se si comportano da “imbranati” o da fifoni, li “sgrida”; mentre fuggono morde loro la coda e li induce a girarsi per difendersi. Noi umani, con tutta la nostra intelligenza, facciamo esattamente tutto l’opposto. Certe mamme, se potessero, non esiterebbero ad accompagnare i loro figlioletti ormai adulti in bagno per aprire loro i bottoni dei pantaloni fino oltre i 25 anni nsuonati… e se potessero tenerseli in casa attaccati alle sottane fino a quarant’anni ne sarebbero più che liete.

Ma non voglio essere ripetitivo oltre il limite della pazienza di chi osa leggermi, se mai qualcuno mi legge fino in fondo; pertanto, mi fermo qui, anche perché altrimenti il discorso si farebbe troppo lungo.
Il tema, comunque, è oltremodo interessante e di grande attualità; esso induce alla riflessione e “nico/11″ ha avuto un’eccellente idea di metterlo in evidenza, affinché possa essere discusso, agli altri la