Sempre a proposito di razzismo

L’articolo LO SPETTRO DEL RAZZISMO ITALIANO ha suscitato un certo interesse, alcune approvazioni e non poche critiche, dovute pure all’incorretta interpretazione di quanto affermo, per questo mi pare di dover “complementare” l’assunto e chiarire eventuali dubbi. Infatti, non ho mai preteso di giustificare l’immigrazione illegale, né tanto meno la tolleranza alla delinquenza e sono diametralmente contrario ad ogni genere di protezionismo o paternalismo che non misembrando che versioni diverse di  discriminazioni e nient’altro che varianti dello stesso razzismo.


Ricevo le critiche come complementi, integrazioni alle mie soggettive interpretazioni e chiarisco che io vedo il mondo e la realtà con i miei occhi e non posso guardare con la vista altrui, né ragionare con la mente di chi ha altre sensibilità, esperienze e nozioni. Ammetto, pure che anche le critiche costituiscono altri minuscoli tasselli di quell’immenso mosaico che è la verità; una verità che cambia ad ogni istante perché ad ogni nuovo attimo nuove nozioni integrano la nostra conoscenza, completando le nostre esperienze e quindi modificando le nostre interpretazioni.

Io, per esempio, osservo la realtà del mio Paese da una posizione diversa da quella dei miei conterranei che la osservano da dentro; essi sono totalmente impregnati di dettagli. A me molti particolari possono sfuggire; infatti, io osservo in lontananza; a me, tuttavia, si rivela un’immagine globale e non particolareggiata, priva delle focalizzazioni accessibili a chi vive le realtà nei particolari quotidiani. Ma io vedo cose che ad altri non si rivelano.

Inoltre, certe situazioni vanno analizzate anche a freddo ed a distanza, come avviene con la storia che rivela i dettagli nel tempo dopo che le vicende hanno subito un processo di decantazione. A caldo, ci si lascia guidare troppo spesso dalle certezze, mentre non si possono mai scartare i dubbi che non vanno sottovalutati e che dobbiamo sempre riservare nel conto. Le certezze sono delle pessime guide perché escludono ogni possibilità di errore, i dubbi lasciano aperta la strada ad ogni ripensamento.

Ci accusano che il relativismo porta al nichilismo, al labirinto dell’estraniazione, nell’oscura confusione senza vie d’uscita. Ma le certezze portano direttamente al vicolo cieco, i dubbi del relativismo non escludono altre vie d’uscita, le quali non possono essere conosciute a priori.

Il relativismo, in realtà, non è altro che una forma di scetticismo; esso non deve essere considerato una causa, bensì un effetto benefico che aiuta e stimola la continua ricerca di nuove vie d’uscita ancora da identificare, ma che ci libera fin dall’inizio dal fatalismo.

La realtà è che il razzismo è sempre esistito in tutta l’Europa e si alimenta delle certezze positive come negative. In un ambiente dove non esistono parità di opportunità, dove il paternalismo ed il protezionismo intervengono per correggere le leggi di natura, si accende nell’individuo il sentimento d’ingiustizia, incitando la folla alla ribellione.

L’Europa è impregnata da un sentimento esagerato di esuberanza, di convinzione della propria superiorità, aggravata da una tradizione che confonde uguaglianza di parità di diritti con l’uguaglianza di parità dei meriti, ciò che alimenta quel fatale peccato dell’invidia di cui la nostra cultura è così saturata.

C’è chi si illude che le forme di razzismo che in Europa hanno dominato tutta la metà del secolo scorso siano estinte, ma sotto la cenere la brace è ancora calda e per accorgersene basterebbe pensare agli eventi che hanno dominato la Terza Repubblica francese, in cui i famosi casi Dreyfus ed il fallimento della società che costruiva il canale di Panama hanno diviso quel Paese per mezzo secolo, molto prima che il nazismo applicasse tutta la sua tecnologia e tutto il suo cinismo meticolosamente studiati e preparati per una soluzione finale contro gli “impuri” di turno. Ma possiamo ignorare le vicende che hanno insanguinato città, paesi e valli oltre l’ Adriatico?

Non è facile dare una definizione precisa ed assoluta di ciò che è il razzismo; è difficile indicare dove inizia esattamente e dove finisce la linea rossa che divide il semplice preconcetto, dall’incapacità di capire le diversità altrui; dove si manifesta anche discretamente la negazione di dividere lo stesso spazio con chi è diverso. Quali sono i parametri corretti per decidere dove comincia la palese mancanza di volontà di accettare gli altri così come essi sono, e dove comincia lo sfacciato ed indegno rifiuto di ammettere diritti pari a chi non condivide stessi pensiero, lingua, gusto, religione etc.?

Il razzismo comincia, presentandosi discretamente, in punta di piedi, calzando soffici silenziose pantofole per poi esprimersi al momento opportuno, in modo chiassoso con gli arroganti stivali appena lucidati; questa è la realtà. Possiamo negare che in Germania è già attivo un vero slancio razzista le cui conseguenze non possono essere ancora misurate?

Chi sono i colpevoli? Tutti, coloro che non sanno integrarsi, ma anche chi non vuole che questi “corpi estranei” si integrino. L’assimilazione è come l’osmosi: è un percorso da fare insieme, nelle due direzioni, con il dialogo, con la comprensione reciproca e non con la ghettizzazione. Ne ho già parlato in passato; perfino qui in questa sede liberale, c’è chi la pensa in un certo modo.

Questa storia dell’aristocrazia razziale non è nemmeno una favola, ma solo una fantasia della vanità di pochi nostalgici bisognosi di anacronistiche autocompiacenze per soddisfare il proprio sofferente ego, ferito nell’orgoglio dall’impossibilità di mantenere il livello di grandezza realizzato in altre epoche. Questa fittizia gerarchia etnica serve solo da pretesto per compensare le frustrazioni di chi soffre di complessi d’inferiorità che, magari inconsapevolmente, si dissimulano nelle vesti di complessi di superiorità, attraverso la germinazione di un odio tanto superficiale quanto infantile, che acceca anche le persone più colte ed intelligenti, senza che esse se ne rendano del tutto conto.

Niente di nuovo sotto il sole; è un piatto consumato che ci viene riproposto a distanza di decenni; è già avvenuto tante volte in passato, e la brace non è affatto estinta; una timida brezza che si trasforma in venticello basta per scatenare il vigore della tragica sanguinosa tempesta che seguirà alle fiamme di quei malefici roghi che poi sfuggono al controllo della ragionevolezza. Hannah Arendt, una grande pensatrice Ebrea aveva definito questa deleteria trasformazione con la famosa espressione della “banalità del male”.

La consapevolezza dissimulata quasi disperata della condizione che attraversa l’Europa in decadenza, sembra annunciare l’epilogo della storia gloriosa di un continente, e risveglia quel cigno che prima di cadere al suolo vuole esibire tutto il suo vigore con il suo ultimo canto. L’Europa ritornata superba e prepotente, dopo essersi illusa di saper far da sola e di poter rieditare la grandezza di un passato che non si riproduce, comprende di non essere ancora autosufficiente e che il lustro accumulato nei secoli non può essere riprodotto in eterno. Allora il preludio che annuncia il declino sembra accordare i toni di un’orchestra come se si preparasse a suonare la sua marcia funebre.

La politica sembra disorientata, la morale confusa, l’economia depressa e sconsolata. Mentre un clima di degenerazione sembra bussare alle diverse porte di casa, la popolazione desolata, impotente e perplessa ha paura ed in questo ambiente può succedere di tutto. La crisi è ormai reale, non è un mistero: la retrazione demografica ha messo in scacco il rinnovamento di un sangue ormai invecchiato ed ha aperto brecce che possono essere tappate solo con il sangue dell’immigrazione.

La gente impaurita, incapace di capire l’espressione dei nuovi volti e dei loro strani costumi, chiedendosi cosa stia succedendo, è terrorizzata e c’è subito chi annuncia l’incendio prima del tempo. Molti che non desiderano nemmeno capire le cause di tante trasformazioni si aggrappano al capro espiatorio di turno, stranamente similare a quello che i nazisti invocavano a suo tempo; sono cambiati i tempi, lo scenario e gli attori, il copione però è molto similare.

Ma il problema è ben altro è il modello politico e quello economico che sono viziati; questo sistema apparentemente altruista, ma in realtà solo altamente burocratizzato ha fatto il suo tempo. Eppure basterebbe la rilettura di Bertrand de Jouvenel per capire che il potere ha fini a se stesso e che ha solo un obiettivo quello di sopravvivere rinnovandosi in apparenza, in una perversa alleanza con un diabolico meccanismo burocratico. E’ questo sistema che ha reso sterili le fonti da cui proveniva la ricchezza.

La classe politica si ostina a non ammetterlo e se non ci rendiamo conto che dobbiamo tornare ad essere umili, tolleranti, liberali ed attivi, e se noi moderati non ci manifestiamo a viva voce, diventeremo insignificante minoranza; ed allora, forse, quelle stesse forze che oggi militano da una parte, si sposteranno come hanno fatto in passato e prevarranno proprio coloro che oggi si limitano ad aggredire verbalmente solo i mendicanti stranieri, gli sfaccendati, gli irregolari; ma domani assumeranno atteggiamenti sempre più virili e prepotenti.

Come in passato, cercheranno i soliti pretesti e se la prenderanno con coloro che accuseranno di venire a portare via il lavoro agli autoctoni, ciò che è assolutamente falso e spargeranno l’odio cieco ovunque, pur sapendo che molti dei nostri disoccupati si rifiutano di dedicarsi ad occupazioni che sporchino il camice.

Ma se attraversiamo la Manica possiamo osservare che gli Inglesi che sono stati invasi prima di noi ed in proporzioni ben maggiori, reagiscono meglio alle minacce del razzismo e dopo aver riparato ai decennali equivoci politici ed economici, sembrano saper reagire al fatalismo diversamente: con l’azione; infatti, hanno promosso una rivoluzione economica, ripescando nel fondo dei cassetti di vecchi armadi quelle sagge norme del liberalismo “whig” che aveva fatto la grandezza “vittoriana”.

Gertrude Himmelfarb lo ha descritto bene nel saggio THE DEMORALIZATION OF SOCIETY, in cui riassume i numerosi errori dei socialisti britannici fin dalle loro origini. E se una dama di ferro come la Thatcher non li avesse fermati chissà come vivrebbero oggi; infatti, essi stavano quasi per inaugurare la loro versione totalitaria. Questo saggio della storiogrofa americana è un’opera che molti pessimisti dovrebbero leggere; capirebbero meglio dove sta il nocciolo del nostro problema italiano, ma anche europeo.

I Britannici hanno saputo reagire alla crisi; eppure, hanno subito gli “assalti all’arrembaggio dei nuovi barbari” prima di noi continentali. Ed oggi gli indovini sociali di turno annunciano un’apocalittica islamizzazione dell’Europa, come Malthus a suo tempo descriveva già in anticipo la morte di fame della popolazione mondiale. Ah, ma quanto pessimismo alimenta questi socialisti? Mai come allora le loro profezie uscite dalle obsolete sfere di cristallo avevano sbagliato le previsioni; ed io credo che i nostri aspiranti profeti contemporanei facciano altrettanto oggi.

Non ci sono problemi senza soluzioni; e nessun rimedio è migliore per tutti i problemi se non lo stimolo al progresso che genera benessere; facilita pure l’integrazione etnica e perfino il controllo delle nascite che deve essere spontaneo. Naturale come quello che ha funzionato fin troppo bene perfino da noi, con il semplice accorgimento di un elettrodomestico stupido come la TV.

La nostra cultura è un patrimonio dell’umanità uguale a quello della cultura altrui; nessuno ha il monopolio della conoscenza e della saggezza. La civiltà ieri – oltre cinque millenni fa – era in Cina, in India, poi, l’onda è arrivata fino in Asia Minore per baciare le nostre coste ed oggi, mentre viviamo del passato con il volto rivolto alla gloria dei nostri antichi avi, mentre alcuni esaltano le prodezze, l’abilità, l’intelligenza di chi ci ha preceduti, non riusciamo ad interpretare il presente in modo da poter allungare la vista fino all’orizzonte di un domani promettente. Ci siamo fermati, ecco, tutto qui! Intanto, l’onda sta riprendendo la via dell’ Oriente, senza che molti di noi se n’accorgano perché non vogliono vedere. Preferiscono continuare ad esaltare una certa gerarchia razziale che non ha alcuna base scientifica, mentre l’evoluzione è una brezza in eterno movimento, loro hanno la povera pretesa che saremmo noi il popolo eletto, figli di Dio che è solo il nostro!

Gli Asiatici, intanto, dopo decenni o secoli di ritardo, hanno capito che l’azione umana comincia dall’individuo. Ancora Hannah Arendt, in LE ORIGINI DEL TOTALITARISMO, citando Disraeli ricorda che ” c’è solo un’aristocrazia: l’aristocrazia della natura”; vorrei aggiungere che non si tratta di un’aristocrazia che nasce dalla storia che è solo un effetto; è un’aristocrazia che nasce dai meriti e dai risultati concreti, dove i totalitari di ieri, lasciano finalmente di lato pure le belle teorie della realtà virtuale, che non hanno funzionato nonostante la ferrea disciplina, per adottare la dottrina pragmatica della realtà reale.

Il progresso non è solo la conservazione di una tradizione; la conservazione è immobile, mentre ciò che cambia è movimento, è l’evoluzione: è la demolizione di paradigmi invecchiati e sostituiti da paradigmi moderni attualizzati e adeguati ai tempi che nel frattempo sono cambiati. I popoli che si chiudono su se stessi, che si isolano dal resto del mondo in evoluzione, perdono l’opportunità di evoluire insieme, di confrontarsi e d’imparare a cambiare ciò che è stato superato dal tempo, perché il processo di migliorare le proprie e le invenzioni altrui non si esaurisce mai, si rinnova.
Nessuno può permettersi di starsene a casa sua, calzando comodamente le proprie pantofole, ignorando ciò che avviene all’esterno.

Nessuno può disprezzare la conoscenza accumulata di Popoli diversi; nessun può rinunciare al progresso altrui; nessuno può rinnegare i meriti degli altri e nessuno può permettersi di minimizzare, di calpestare o di bruciare la cultura altrui, solo perché in un dato contesto non ne capta i significati. E’ la proposta spicciativa della dottrina autarchica e del razzismo.
Heinrich Heine lo aveva capito bene e prima degli altri, quando scriveva con un secolo e mezzo di anticipo:”Dove si bruciano libri, si finisce per bruciare anche uomini…”