“1984″ di George Orwell (Recensione)  

“1984″ è un autentico capolavoro, soprattutto, per chi si schiera con la libertà e difende i valori individuali della nostra specie. Il saggio costituisce un appello alla coscienza individuale; è un’esortazione a non rinunciare ad essere se stessi, a non abdicare alla propria indole umana.

In un’epoca in cui i laburisti britannici strizzavano l’occhiolino ai marxisti e perfino Roosevelt sembra lasciarsi sedurre dalla commedia stalinista, Orwell lancia l’accusa ed esorta – per così dire – a salire sulle barricate per redimere il patrimonio della coscienza individuale che i collettivisti considerano un pericolo. Nel suo monito, il socialista Orwell, nauseato, confessa il suo orrore e manifesta il proprio ripudio per aver pure lui creduto ingenuamente all’ingannevole ideologia, dopo aver osservato i suoi epiloghi nella Spagna repubblicana e nell’Unione Sovietica di Stalin.

Svelato l’inganno toccando con mano, dà sfogo alla sua geniale creatività letteraria contro il totalitarismo dalle false buone intenzioni che degenera, conducedo fatalmente al completo annichilamento dell’identità individuale. Privati della loro individualità, gli umani sono ridotti a mera marionette silenziose in cui la censura con grottesco rigore agisce perfino sul linguaggio mutilato: ambizione, sentimento, sensazione ecc. sono soppresse dal dizionario ufficiale del sistema. Indotti a schiavitù, il modello dell’ipocrisia premia la rinuncia e la rassegnazione, mentre l’asservimento è esaltato dal potere occulto e nessuno spazio è concesso a chi osa pensare; ciò che resta di queste ombre umane, son docili figure manipolate come burattini appesi ai fili dell’organizzatore onnipotente; obbedienti sudditi passivi non al servizio della collettività, bensì di chi si nasconde nell’inaccessibile sala dei bottoni, dietro le quinte dell’immensa sceneggiatura tragicomica, con al comando un potere assoluto orchestrato dal “Grande Fratello”. Spogliati della propria dignità, devono solo ubbidire; ed una volta immuni della propria dimensione, non resterebbe altra prerogativa se non la disciplina spogliata dalla coscienza nell’anonimato sotto i vigili occhi di chi sorveglia tutto e tutto controlla fino ai più intimi dettagli.

Questo saggio dovrebbe insegnare a riflettere anche noi, osservando l’orizzonte conformista decadente che si allarga; meditare sul miserabile linguaggio di pessimo gusto che politici, populisti strilloni di piantone e perfino autorità ed esibizionisti irrresponsabili che impongono la propria popolarità, invadendno la vita privata dei propri contendenti ed avversari, divulgando fatti privati ed intimi pur di ferire, indifferenti alle perplessità di chi ancora aspira alla propria civile dignità e difende quella altrui. Insensibili ad un minimo di decoro, proporzionano spettacoli conditi di strafalcioni, di termini strani, mezzi misteriosi ed incomprensibili, presi in prestito da chissà dove, trasformando la nostra bella lingua in espressione arcana da iniziati, dove molti significati anche di termini di lingue straniere che, fra l’altro, sovente dimostrano di non conoscere, assumono valori soggettivi e perdono i loro veri sensi originali che scadono per assumere significati adattabili alle più libere interpretazioni di comodo per demagoghi e politicanti di turno che solo aspirano al potere in duifesa dei propri privilegi. Così, invadono le case dei sudditi non pensanti e per mezzo del banale elettrodomestico proporzionano all’ignaro pubblico spettatore passivo programmi pieni di applausi telecomandati ed osano perfino plagiare questa stessa opera letteraria con trasmissioni di impari volgarità, come quello del “Grande Fratello”, che rischia di far annegare in tanta inezia coloro che vi assistono.

Ma coraggio! Ci rimane il rifugio della lettura di pubblicazioni eloquenti come questa, capace di destare gli individui da questo tremendo incubo. Noi, almeno, possiamo ancora ribellarci all’arbitrio e manifestare il nostro rifiuto a piegarci alle contingenze imposte, senza rassegnarci alle consuetudini; all’epoca di asservimento di Stalin ciò sarebbe utopico. 

Gli archivi sovietici ora rivelano quanto fosse giustificato l’allarme di Orwell, quando condanna quel preteso “paradiso sovietico” da lui condannato non solo in “1984″ ma pure con “LA FATTORIA DEGLI ANIMALI”, una favola rivelatasi come saggio in cui denunciava quella tragica realtà, allora sconosciuta nel nostro mondo libero, ma che oggi si scopre ancora più luttuosa. Così, Orwell invita ad usare il cervello, senza lasciarci incantare da falsi profeti che predicono ideali, promettendo un futuro che non arriverà. 

La morale di Orwell esalta il bisogno di esercitre il ragionamento affinché gli individui possano VEDERE PER CREDERE, contro i totalitari che, con ingannevoli ideologie ed ambigue promesse, insegnano a CREDERE PER VEDERE nella loro ambigua religione politica mentre nella vana attesa rimandano le profezie dei loro presunti miracoli ad un eterno avvenire.