L’ORDA di Gian Antonio Stella (Recensione)

A proposito di discriminazione.

Pubblicato pure su www.politicamagazine.info

Da un po’ di tempo in qua, a molti Italiani è caduta la maschera: esprimono apertamente le proprie vergognose inclinazioni razziste. Purtroppo, dobbiamo ammetterlo, siamo un Popolo razzista e lo siamo perfino nei confronti dei nostri stessi connazionali, immaginarsi quindi a quale livello, attualmente, giungono le discriminazioni nei confronti di chi professa altre religioni o di chi non ha la stessa nostra tonalità della pelle. Per cui, questa di Antonio Stella – con il sottotitolo Quando gli Albanesi eravamo noi che la dice tutta – costituisce un’opportuna analisi dell’inversione di tendenza che avviene in Italia: da Paese esportatore di massicci poco o addirittura non qualificati emigranti, ad importatore di manovalanza di ogni specie. Certo, non mancano gli sporadici oscuri avventurieri di turno, che approdano alle nostre coste con ogni mezzo, un po’ da ovunque, mettendo con frequenza a rischio la stessa propria vita.

E questo fenomeno impegna tutta l’Italia in un acceso dibattito, in un confronto politico che può raggiungere livelli di vero scontro ideologico, spesso abilmente sfruttato dalle forze politiche che su ambigue posizioni di convenienza sono sempre pronte a trarne un beneficio. Allora, da un lato ci sono gli intransigenti rabbiosi che, pur di isolare quasi ermeticamente le nostre frontiere, vorrebbero innalzare ogni specie di barriera, totalmente convinti di essere abbastanza autosufficienti da poter rinunciare agli invasori indesiderati (?) di etnie troppo diverse dalla nostra pretesa cultura ”superiore”, anche se il benessere di questi ultimi anni ha mostrato una chiara indisponibilità di lavoratori nelle attività troppo scomode, sovente considerate umilianti, non abbastanza degne di gente della nostra categoria.

Sull’altro fronte, ci sono quei liberali o libertari tolleranti – fra i quali non esito a riconoscermi – che difendono ad oltranza la totale libertà di circolazione di idee, merci, servizi, denaro ed ovviamente anche delle persone, soprattutto se armate di coraggio, capacità e buone intenzioni. Così, noi che non diamo tanta importanza a confini, cittadinanze, in un certo modo, convergiamo spesso, con l’indottrinata sinistra opportunista, che però, è sempre attenta a strumentalizzare i nuovi arrivi, potendo integrare e sfruttare una parte di questi “alieni” insoddisfatti o quelli che per costumi ed apparenze si vendono discriminati dagli xenofobi autoctoni o danneggiati o sfruttati da datori di lavoro di pochi scrupoli. Infatti, i nuovi arrivati, sono leve che possono essere arruolate e reclutate alle militanze sindacali ed ideologiche, capaci di ingrossare quelle moltitudini che amano le chiassose aggregazioni, le marce di protesta, le manifestazioni di piazza e gli scioperi accompagnati dagli slogan demagogici imparati a memoria e strillati con fanatismo. Ecco che gli organizzatori possono sostituire pure parte dei renitenti, compensando le perdite dei tanti contumaci Italiani delusi che in crescente numero perdono fiducia e si dimostrano stanchi di affidare le proprie cause ai sempre presenti aspiranti carrieristi politici.

Il tema – o problema per gli altri – non si esaurisce nel confronto di due parti che focalizzano aspetti sociali ed ideologici opposti, in cui troppo spesso prevalgono paura, risentimento, preconcetti, demagogia ed ignoranza; non mancando nemmeno i soliti oscuri equivoci opportunistici interessi politici. Infatti, le cose non sono così semplici e ci sarebbe da meditare coerentemente anche sulla complessità dei diversi singoli casi, contemplando aspetti di equa ed umana giustizia. Inoltre, non si devono dimenticare le importanti e convenienti utilità economiche che l’immigrazione produce. Stella, abbraccia tutto il contesto ed, al di sopra delle parti,  fornisce un ottimo contributo costruttivo, gettando un po’ di luce sulle oscure e sterili diatribe e riesce ad equilibrare le diverse divergenti interpretazioni che dividono gli Italiani.

L’autore è un Veneto e dimostra di capire la questione, infatti, sull’assunto è piuttosto preparato ed altrettanto documentato. Non per niente, è proprio dal Nordest che per oltre due secoli sono partiti grandi contingenti di individui e di intere famiglie, armati di speranza e non di rado ridotti alla miseria, disperazione ed anche alla fame. E’ proprio così che si è alimentata la gigantesca diaspora italiana, prima che il Veneto diventasse una delle zone più prospere d’Europa.Molti, esuli di quelle ondate migratorie, sono rientrati in Patria, portando con sé risparmi, nozioni ed esperienze, e senza alcun dubbio, contribuendo sicuramente al successo, al progresso ed al benessere delle proprie zone di origine che in passato erano fra le più povere del continente. Stella ripercorre, quindi, il compendio storico di parte del movimento migratorio nostrano; una vera epopea dei nostri poveri emigranti, descrivendone le interminabili pene e sofferenze. Famosa è la fase di partenze in massa di metà dell’Ottocento, in seguito alla gravissima epidemia che aveva colpito i bachi da seta di tutta l’Europa, mettendo in crisi il nostro intero Settentrione, dove migliaia di famiglie che vivevano della sericoltura, lasciando sul lastrico anche quelli dediti all’industria della seta.

Allora, improvvisamente, un’enorme moltitudine si vedeva indotta a svendere i propri pochi averi e chi poteva, andava in cerca di lavoro all’estero, soprattutto nella speranza di far fortuna nelle Americhe. Sovente partivano all’avventura con il loro misero bagaglio improvvisato, legato con lo spago; altri, senza un minimo d’istruzione, incapaci di capire le lingue dei Paesi raggiunti, totalmente impreparati a adeguarsi ai costumi locali non riuscivano ad integrarsi nei nuovi ambienti a convivere o con chi praticava altre religioni e tradizioni. Molti, ignoravano perfino le più elementari forme di educazione e, spesso, erano poco propensi alle più primarie norme igieniche; e, non raramente, arrivavano anche privi dei personali documenti d’identità.Così, dopo aver viaggiato in malsane stive, i più deboli perivano in viaggio e le loro salme venivano affidate al mare; alcuni perdevano i propri cari ed altri bambini rimanevano orfani; non pochi imbarcati sani arrivavano indeboliti dalle malattie contratte in viaggio e frequentemente erano carichi di parassiti, mentre non era raro che i sopravvissuti, allo sbarco fossero accolti non meglio degli animali ed immediatamente isolati in quarantena. C’erano perfino quelli che venivano avviati a sostituire gli schiavi, appena liberati negli Stati Uniti ed in Brasile; tuttavia, i più abili e fortunati, riuscendo magari, a sposare le figlie dei grandi proprietari, mostravano la loro competenza, trasferendosi poi nei grandi agglomerati, dando inizio pure allo sviluppo edile di grandi centri industriali come Sao Paulo. Purtroppo, questa realtà, è poco nota ai contemporanei; sono ricordi che sfuggono alla memoria italiana.

Oggi, dopo mezzo secolo di espansione economica ed industriale europea, il suo ciclo sembra essersi concluso ed in questo clima di crisi economica, molti connazionali reclamano che questi stranieri che arrivano da ogni parte del mondo, considerati degli scomodi alieni, vengono a rubare il lavoro agli Italiani; eppure, molti di loro, accettano proprio quelle occupazioni che la nostra gioventù si rifiuta di assumere, preferendo la disoccupazione in casa, nell’inerzia a piangersi addosso, lasciando lo spazio vacante agli ”invasori”, magari, presenti illegalmente, fra i quali, immancabilmente ci sono anche dei pessimi esempi, mentre altri, dopo un certo periodo, riescono perfino a mettersi in proprio, sviluppando prospere attività commerciali ed industriali, nonostante gli stereotipi che nella sleale generalizzazione vengono loro attribuiti.

Ecco che l’attento autore, nella sua coerente analisi, fornisce un dettagliato rapporto in cui confronta proprio quegli stereotipi ora rinfacciati agli “avventurieri” che noi oggi accogliamo, con quegli stessi attribuiti che a suo tempo erano riservati ai nostri propri connazionali che in giro per il mondo, in numerose Nazioni, altri cittadini vedevano arrivare ieri. Eppure, Stella prova come il paragone non regge perché le centinaia di migliaia che arrivano in Italia, non si comparano ai nostri esuli che in altri tempi – non troppo remoti – “invadevano” addirittura a milioni i “paradisi” altrui. Sembrerebbe esagerato, ma egli dettaglia i numeri degli Italiani che lasciavano la nostra Patria nei diversi periodi: 1876-1900: 5,2 milioni; 1902-1915: 8,7; 1916-1942: 4,3; 1946-1961: 4,4 e la maggioranza poverissimi; sovente analfabeti, anche con problemi di salute che spesso finivano per le strade a chiedere l’elemosina od a prostituirsi; e non mancavano nemmeno i delinquenti latitanti già ricercati dalla stessa giustizia italiana.

Anche a loro si attribuivano le stesse accuse che oggi parecchi Italiani riservano ai ”nostri” non sempre troppo graditi ”ospiti”. Stella riprende pure a tutta una serie di articoli della stampa estera, estremamente denigratori che fino a pochi anni fa, in modo ostensivo squalificava i nostri esuli. Egli riassume particolari episodi storici d’inaccettabile intolleranza e discriminazione, oltremodo ingiusti quanto umilianti. Non mancavano cartelli che proibivano l’accesso a certi locali, ai cani ed agli Italiani. Tutto ciò stimolava l’odio, al punto che alcuni episodi estremi erano degenerati in violente aggressioni, abusivi arresti e perfino veri massacri registrati in Francia, Svizzera, Stati Uniti ed Argentina.

Completa l’opera l’appendice di eloquenti tavole statistiche niente affatto a noi favorevole; infatti, nel confronto con i diversi “invasori” di altri Paesi, il grado d’istruzione in rapporto a quello degli Italiani era molto più elevato, ragione per cui quelli venivano assimilati più rapidamente. E, se non bastasse, risultava che erano proprio i nostri che allora affollavano le carceri delle Nazioni che li accoglievano. La reputazione dei nostri era, quindi, arricchita da una lunga lista di offensivi soprannomi che cambiavano da Paese a Paese, ma che avevano la stessa pretesa di sintetizzare le particolarità ed i connotati che distinguevano i nostri e li caratterizzavano.

Per questo, la lettura lascia un gusto piuttosto amaro in bocca agli Italiani ignari o dimentichi di quella che era la nostra realtà fino a 60-70 anni fa. A chi ha buona memoria, con gli occhi lucidi, rimane quel nodo in gola: ai cuori sensibili e stomaci delicati, amarezze come queste sono di difficile digestione. Ciononostante, è un libro da leggere; un resoconto molto utile anche se doloroso; infatti, questa dura raccolta di pietose testimonianze può aiutare a capire e, chissà, accettare questi stranieri che oggi ci ”invadono”. Allora, sarà possibile ridimensionare allarmismi nei confronti di coloro che, oggi, nella grande maggioranza, vengono a dare il proprio contributo al nostro Paese, mentre le accuse in tempi in cui si insiste a generalizzare stereotipi che si sommano ad ogni giorno che passa.

In conclusione, sono pagine che rievocano parte della nostra storia in grado di restituire un po’ di moderazione e serenità, ridurre i preconcetti che ora avvelenano la nostra attuale realtà quotidiana, potendo pacare, chissà, quegli animi carichi di deleterio rancore che condiziona molte teste calde di chi, purtroppo, ignora – o si nega a riconoscere – l’altra faccia del nostro stesso passato. E’ bene ricordare agli xenofobi nostrani che i loro sentimenti oggi alimentano proprio quel razzismo di cui noi stessi siamo stati le principali vittime fino a pochissimi decenni fa.