Allegria! Fanno tutto loro… i nostri tutori.

Ecco come si può condizionare e consolidare una mentalità che si preoccupa essenzialmente di diritti, perché dei doveri e della solidarietà se ne occupano già i gestori deputati a tale scopo; coloro che in nostra vece, sono incaricati di gestire il potere: i politici e tutta la macchina burocratica controllata da una specie di casta di filosofi; un po’ come l’aveva immaginata Campanella nella CITTA’ DEL SOLE. Ecco come la società civile italiana è stata condizionata liberata dalle proprie prerogative, principalmente dalle proprie responsabilità.Sì, è proprio successo questo: per anni, anzi decenni, nelle scuole ci è stato insegnato che gli Italiani avevano bisogno di una buona tutela alla quale avevano diritto per nascita; e che questo paternalismo non poteva venire che da un’ entità superiore come quella di una specie di divinità: lo STATO.

In questo modo, si è prodotta una società che si preoccupava solo di diritti, perché i doveri se li assumevano i rappresentanti di turno della divinità della nuova religione dove i pretesi saggi amministrano il potere pubblico per assicurare a tutti gli individui, non le stesse opportunità con la garanzia del merito, ma il benessere e la felicità per tutti, come solo loro sanno interpretarli, indipendentemente da ciò che siamo in grado di realizzare e ciò che realizziamo di fatto. I cittadini-sudditi non si devono preoccupare, il sistema pensa a tutto e sa benissimo cos’è  va bene per gli “utenti”. Con ciò, la società civile italiana è stata liberata dalle proprie responsabilità; stimolata all’inerzia ed all’indifferenza, in un ambiente in cui la massima aspirazione è giunere all’età di ritirarsi dalle necessità di generare risultati, si contano gli anni per poter finalmente godere una comoda anche se modesta ambita pensione.

Così, oggi abbiamo davanti a noi un panorama arido dominato da una specie di pessimismo congenito e dalla vile rassegnazione; nient’altro che una conseguenza di uno stato in cui la Popolazione non ha più fiducia in sé stessa, né nelle immense capacità individuali di cui la natura ha dotato ciascuno di noi. Sì, proprio perché l’ essere uomano è una creatura meravigliosa, dalle risorse inesauribili, che ci giungono da lontano. Infatti, nel corso della sua storia, ha imparato da sempre a superare enormi difficoltà, adattandosi ad ogni momento a nuove circostanze fin dalle proprie origini e da queste necessità si è formato, appunto il patrimonio delle esperienze, la conoscenza, ciò che noi definiamo capitale umano.

Il transalpino Alain Peyrefitte, uno dei tanti autori poco noti nel nostro Paese, descrive nel suo bellissimo saggio LA SOCIETE’ DE CONFIANCE La (Società della Fiducia) - e la cosa vale per i Francesi come per noi Italiani, ma anche per gli altri Latini – questa nostra particolare inclinazione al pessimismo. Infatti, dalla Chiesa abbiamo ereditato il concetto della cacciata dall’idillico Paradiso Terrestre, dove gli umani avrebbero vissuto in un immaginario e bucolico mondo di fantasiosa armonia e pace; quella del mitico quanto ambiguo buon selvaggio di Rousseau e dell’altrettanto mitica ed antichissima età d’oro. Ecco che allora, fatalmente, lavorare non è più realizzazione personale, bensì un vero castigo, una condanna; guadagnare il lurido denaro, una colpa, anzi è un peccato ed i diritti costituiscono la dignità assoluta. Mentre i meriti… Meglio lasciarli da parte…

In questo ambiente corrotto da ambigui paradigmi, la grande moltitudine è rimasta inerte; in attesa che gli altri agissero per per tutta la massa insofferente ed indottrinata dalle idologie che promettono un avvenire facile, di perfetta uguaglianza e giustizia che tuttavia sarà rimadato ad un eterno domani. E mentre la popolazione depositava la propria fiducia nell’Entità suprema del Potere Centrale, godendosi i benefici che poi quancuno un giorno dovrà pur pagare, altri astutamente agivano. Per parafrasare lo stesso Lenin, agivano come le talpe, scavando i loro labirinti sotteranei per costruire il loro proprio potere. Infatti, fra i pochi a darsi attivamente da fare, ad agire senza stancarsi, ci sono stati proprio i sindacati; hanno lavorato intensamente, mettendo in pratica le proprie strategie soprattutto in loro beneficio, tanto nel bene quanto nel male.

Se da un lato hanno scoraggiato l’ iniziativa privata, aumentando i rischi di chi era disposto ad investire e far fruttare la prorpia creatività, rischiando non solo il proprio patrimonio ma soprattutto investendo in CAPITALE UMANO, dall’ altra il corporativismo organizzato ha stimolato uno sviluppo tecnologico che oggi molti Paesi più avanzati possono invidiare all’Italia; ed infatti, in termini di automazione siamo ancora fra i primi al mondo e questo lo dobbiamo proprio all’azione – potremmo dire – virile del sindacalismo italiano.

Ma, siccome niente dura in eterno, i nodi sono giunti al pettine ed ora è necessario tornare ad arrotolarsi le maniche e cercare di recuperare un po’ del tempo perso; bisogna, quindi, restituire la speranza ai giovani; insegnare loro che molto dipende dalla capacità creativa dell’ individuo e che per ottenere risultati concreti e non solo illusioni, è necessario agire, fare senza starsene lì ad aspettare; e che l’ azione comincia con noi e non con gli altri. Il mondo non è perso, è sempre lo stesso, con le sue eterne incognite; dove non c’è margine per le certezze, dove tutto dev’essere dimostrato; e se prima le cose andavno avantri per forza d’inerzia sotto l’impulso degli ottimisti, qualcosa ha finalmente frenato il loro entusiasmo, Così, è anche diventato urgente saper guardare oltre gli orizzonti, al di là delle apparenze e poter continuare a sperare in un futuro sempre migliore.

I pessimisti di turno, dopo aver subito le loro sconfitte con la caduta del muro di Berlino ed aver trestimoniato le grandi trasformazioni in Cina, hanno perso la loro identità; le loro teorie sono franate e si sentono smarriti. Ed ora, rercano di redimersi, aggrappandosi alla zattera di salvezza sulla nuova onda del pessimismo di moda, quello ecologico, l’Ecomunismo e profetizzano già la fine del nostro pianeta, anzi dell’universo. Vorrebbero convincerci – ed in parte ci riescono con i soliti più ingenui – che i tempi continuano a peggiorare; eppure, le evidenze non confermano le loro affermazioni; ma non guardano indietro per fare paragoni con il passato; non osservano i cambiamenti del clima nel corso delle diverse ere che condizionano la vita sul nostro globo da quattro miliardi di anni, con trasformazioni che il nostro pianeta subisce da sempre. Per loro, il nostro mondo sarebbe un ambiente stabile, finito, perfetto, intoccabile che non può e non deve mai cambiare; invece, tutto in questo universo è ancora movimento e tutto cambia continuamente.

Oggi ci prepariamo ad andare a sfruttare il petrolio ad oltre tre e perfino a quattro mila metri di profondità sotto il livello del mare; ciò significa che dove c’è il petrolio, sotto gli strati del sale, in altre epoche al posto degli oceani, c’erano le foreste. Bel cambiamento, vero? Eppure, stando ai loro proclami, sarebbe l’azione umana che condizionerebbe tutto il clima, anche se gli scienziati osservano come il clima si scalda perfino su Marte…

Ma, alla fine, si scopre che le cose non stanno esattamente come ce le presentano; sono un po’ diverse e mai nella storia dell’umanità tanti individui hanno goduto di tanto benessere come al nostro tempo. Certo, ci sono ancora milioni di miserabili e tutti noi siamo chiamati ad agire affinché anche le loro condizioni possano trasformarsi; ma se avessimo subito le disgrazie di Stalin e di Mao Dzedong, anche all’esterno delle loro aree d’influenza, la miseria nel mondo sarebbe generalizzata e più simile a quella che osserviamo ancora oggi a Cuba. Invece, proprio da noi, è fin troppo evidente come i nostri nonni vivevano meglio dei nostri bisnonni; i nostri genitori meglio dei nonni e noi viviamo in un mondo infinitamente migliore dei nostri genitori, i quali hanno patito la fame e sofferto l’azione delle guerre sulla soglia delle loro case.

E’ ovvio che c’è ancora molto da fare: dobbiamo agire, certo, ma dobbiamo soprattutto eliminare i sussidi agricoli che danneggiano principalmente le Popolazioni più carenti, con le quali concorriamo nell’agricoltura per proteggere meno del 2% degli abitanti della ricca Europa. Dobbiamo, inoltre, imparare a sfruttare meglio le risorse e le ricchezze del mondo in modo più razionale; ancora oggi non ci preoccupiamo abbastanza di sfruttare la più abbondante delle fonti energetiche disponibili: quella del sole. Ma con il tempo ci arriveremo; in poco più di un secolo abbiamo già fatto progressi tecnologici che le due generazioni che ci hanno preceduti non avrebbero mai osato immaginare. La vita si è allungata in tutti i continenti, perfino in Africa e continuerà ad allungarsi ancora; ragione per cui dobbiamo perseverare nella nostra marcia verso il progresso, producendo sempre di più e meglio anche gli alimenti, di cui oggi conosciamo molti meccanismi, potendoli migliorare senza avvelenarli.

Una grandissima parte dell’umanità ha vissuto diversi decenni in un’abbondanza oltremodo esagerata, dove ci si poteva permettere di sprecare di tutto; dove, di lunedì, si andava dal medico per un dolore di ventre od un’emicrania per aver esagerato a tavola o per aver alzato troppo il gomito durante le festività destinate al riposo, per farsi prescrivere dei medicinali – del tutto gratuiti – che spesso sparivano nello sciacquone del nostro bagno. Ora, i tempi sono cambiati; non c’è più margine per lo spreco e la ricerca per la produttività dev’essere stimolata e ripresa anche con il lavoro degli assalariati, perché le difficoltà bussano alle nostre porte e tutti dobbiamo imparare a risparmiare di nuovo. O come si diceva popolarmente, quando l’acqua raggiunge le natriche è necessario imparare a nuotare…

Ma questa è una lezione che si deve imparare presto; il suoinsegnamento deve iniziare fin da piccoli, nelle scuole, nelle nostre case, dove ogni singolo individuo deve imparare a capire che deve fare la propria parte; e che egli possa sentirsi responsabile del proprio operato e del proprio ruolo, nell’ ambito della società civile di cui fa parte attivamente; dove egli impara che nella nostra esistenza tutti dobbiamo meritarci ciò che riceviamo e che rimanendo inerti, passivamente il costo può risultare caro; pertanto, non si può rimanere ad attendere che un’ entità astratta come lo STATO faccia tutto per noi. Anche perché nessuna entità è in grado di sostituire la creativa azione costruttiva dell’ individuo.

Certo, ci dev’essere anche la solidarietà con chi non è in grado di dare il proprio contributo ed ogni individuo è chiamato a partecipare, mostrandosi solidario con la concreta generosità spontanea di ciascuno, secondo le proprie libere scelte. La solidarietà istituzionalizzata e coercitiva, invece, è solo un’ingannevole illusione, una specie di gioco di prestigio il cui trucco poi si scopre al momento di pagare il conto.

In realtà, tutto questo insensato marchingegno segue un preciso stratagemma orchestrato con scrupolo che, in ultima analisi, serve solo a stimolare pigrizia ed indifferenza; genera rassegnazione negli individui più attivi e capaci che altrimenti potrebbero produrre prezioso valore aggiunto, ovvero ricchezza da distrubuire ai meritevoli.

Inoltre, sviluppa abuso e corruzione nel complesso sitema stesso, moltiplica il parassitismo e dà via libera a chi è in grado di abilmente imbrogliare i creduloni. Così, i cosiddetti ingegneri delle anime, mescolano le carte e seduti al tavolo dei comandi, coloro che tengono le redini del potere saldo in mano, con l’astuzia che è loro propria, ne approfittano per opportunamente cambiare le regole del gioco a proprio favore, rrafforzando i propri privilegi della “corte” e giustificano le loro scelte con i soliti seducenti bei discorsi populisti, mascherati da principi dottrinari di idologie che la stessa storia ha già giudicato e debitamente condannato. Come al solito, ricorrono ad eterne vaghe promesse di un leggendario quanto imprecisato avvenire glorioso ai sudditi diseredati della propria individualità, sono privati di ogni ulteriore prospettiva se non solo quella di vanamente sperare; allora, con i voti utili, così ottenuti, i sovrani di turno riescono a rinnovare i consumati mandati con il nobile pretesto di non dover rinunciare alle comode prestigiose poltrone.