Il sogno del  genoma umano e altre illusioni della scienza – di Richard Lewontin (Recensione)

Senza conoscere l’autore, mi sono lasciato sedurre da citazioni incontrate in altre letture ed ora, dopo aver avuto il piacere di leggere questo interessante saggio, sono ben lieto di commentarlo in modo positivo.

Si tratta di una raccolta di recensioni, pubblicate dalla New York Review of Books, di alcuni saggi di un paio di autori più o meno noti, in cui questo illustre genetista mette in evidenza non solo la propria esperienza scientifica, mondialmente riconosciuta, ma anche le sue concrete doti di erudizione, al di fuori delle sue specialità accademiche, lasciando in alcuni casi certi “monarchi” – o presunti tali – in abiti di scarsa copertura, se non addirittura nudi. Infatti, i media, in questi ultimi tempi, ci hanno proporzionato una vera valanga di fantasticherie sulle miracolose scoperte rivelate dal moderno studio dei geni in generale, ma in modo particolare più specifico sul progetto GENOMA.
Inoltre, tutti abbiamo seguito con enorme curiosità e spesso con altrettanta perplessità e non meno scetticismo, la nota questione della clonazione della famosa pecora Dolly; ebbene, molto prima che se ne scoprisse il completo fiasco, Lewontin aveva denunciato l’inutilità dell’esperimento, spiegandone le ragioni scientifiche, in cui indica pure i limiti che la scienza affronta nella capacità di poter conoscere o determinare o predire certe caratteristiche ereditarie.

Del resto, le famose esasperanti esperienze realizzate dal regime nazista, accoppiando uomini e donne selezionati per aspetto, taglie, colore degli occhi e via dicendo, a tale ambigua finalità, hanno alla fine rivelato risultati totalmente opposti a quelli che i ricercatori tedeschi, allora, pretendevano ottenere: una razza pura e con caratteristiche superiori, tipicamente “ariane”…

La copertina stessa di questo saggio è già di per sé una specie di prefazione grafica dei temi di cui l’autore offre un’utile introduzione, presentata criticamente dai punti di vista dell’attento ricercatore.

Egli non esita ad entrare in dichiarata polemica con alcuni suoi colleghi; ed in un linguaggio oltremodo chiaro, di facile lettura, accessibile anche ai non iniziati, espone i meccanismi che possono influenzare lo sviluppo dei geni, potendo questi riprodurre inattese mutazioni che sorprendentemente possono risultare molto diverse dalle aspettativa anche nel caso di cellule gemellari.
Infatti, l’influenza dell’ambiente – che spesso si confonde con l’ereditarietà -, può causare altrettante importanti alterazioni: fenomeni che si manifestano presso nuclei di intere famiglie sono troppo spesso scambiati con valori di origine ereditaria, mentre in realtà sono caratteristiche generate dalla cultura, dalla tradizione in cui, per esempio – come nel caso dell’obesità – casi di determinati vizi si trasmettono non geneticamente, bensì certamente attraverso la convivenza.

Le sue analisi non si limitano ai dubbi che egli nutre a proposito di idee difese di altri colleghi genetisti, tesi che egli considera pseudoscientifiche; ma analizza pure le teorie di un’equivoca biologia e che con infelice insistenza, soprattutto in epoche di crisi, puntualmente emergono dai preconcetti di sociologi ideologicamente orientati e cosiddetti “politicamente corretti o scorretti” a seconda dei diversi punti di vista.
Egli si avvale degli argomenti più diversi, ma sempre concreti e non risparmia critiche alle teorie sostenute dai soliti aspiranti profeti, sociologi, filosofi e falsi biologi ed antropologi come pure gli storiografi “impegnati” di piantone – tanto di una parte che dall’altra. E non esita ad attaccare le diverse correnti che nella loro equivoca cecità, sovente, sembrano avere la pretesa di conoscere anche ciò che la scienza non spiega o che affermano ciò che può essere interpretato in modo assolutamente ingannevole dagli ignari profani o dai creduloni.

L’autore non si mostra tollerante nemmeno nei confronti di una certa sociologia genetica e dà enfasi alle proprie perplessità su tutta una serie di assiomi che coinvolgono presunta ereditarietà di tare o vizi, incluse le inclinazioni alla delinquenza, all’alcolismo, al consumo di droghe, alla prostituzione, all’inclinazione al suicidio e perfino la schizofrenia, oltre a tanti altri pretestuosi infausti preconcetti che con l’autentica genetica poco hanno a che fare.
Insomma, tutte assurdità che a suo tempo, già il nostro fin troppo noto quanto tenebroso “papa” della grottesca “antropologia criminale”, Cesare Lombroso suggeriva – anche con una buona dose di infame successo. La moda di questa tendenza farà molta presa alla fine del XIX secolo; essa sarà molto utile ai pretesti dei nazisti che, alla fine, oseranno a mettere in pratica uno dei più scellerati ed odiosi progetti di “purificazione”, di cui l’umanità non potrà mai cessare di vergognarsi.

Tali sciocchezze altrettanto care al razzismo europeo – dell’Italia di Lombroso, della Francia di Gobineau e della Germania nazista -, sembrano invigorirsi di nuovo, ottenendo nuovi impulsi, dalle idee, ahimè, nuovamente rispolverate dai moderni razzisti occidentali di turno che non dissimulano la profetica pretesa di poter scientificamente esaltare e addirittura dimostrare una superiorità razziale nei confronti di altre etnie, sull’ingenua base di abiti e tradizioni incompresi, troppo diversi dal nostro stile di vita e che non sono in grado di tollerare e quanto meno di accettare per via mere questioni culturali. In fine, l’autore dedica alcune critiche ai pregiudizi che individui, estranei alla ricerca, riservano anche alle nuove tecniche in opportuno sviluppo nell’ambito della botanica e conclude con una critica all’incomprensione di queste nuove tecnologie:

<<Gli esseri umani modificano geneticamente gli organismi sin da quando addomesticarono piante e animali per la prima volta. Queste antiche modifiche hanno prodotto organismi che non solo sono molto diversi dai loro antenati selvatici, ma che per molte caratteristiche sono l’esatto contrario degli organismi da cui sono stati ottenuti.>>