CRISTOFORO COLOMBO – L’ULTIMO DEI TEMPLARI – di Ruggero Marino (Recensione)

Ho letto con estremo interesse questo ammirevole lavoro, frutto di pazienti, meticolose seppure ancora incomplete ricerche. Dalla ricca bibliografia del saggio di Gavin Menzies “1421…” ho scoperto questo saggio su Colombo che ci illustra nuovi e sorprendenti aspetti della sua vita. Anche al saggio dell’ufficiale della marina inglese proprio qui ho dedicato una recensione; egli descrive le straordinarie scoperte cinesi che, senza renderlo noto, avevano già visitato i Nuovi Mondi.

Ruggero Marino espone una nuova prospettiva sulla vita e sulle scoperte di Colombo e, fornendo tutta una serie di indizi ma anche numerose chiare evidenze, osserva come lo stesso navigatore genovese – contrariamente a quanto ci è stato insegnato -, era partito sapendo molto bene dove intendeva approdare. Il nostro autore italiano, dopo aver pure lui dedicato molti dei suoi anni a scrupolose instancabili indagini, proporziona una lettura oltremodo eccitante in cui ci spalanca improvvisamente tutta una serie di porte dietro le quali si annidano le più sorprendenti misteriose rivelazioni, guidandoci in un labirinto di ipotesi del tutto inedite quanto straordinarie. Nella sua ricapitolazione storica dell’epoca, dipanando tutta una complessa matassa di intriganti eventi, documentati e minuziosamente analizzati, l’autore svela verità rimaste nell’ombra di un’equivoca omertà per secoli. Allora, appare Innocenzo VIII, il papa prolifico per antonomasia e nel vero senso del termine; vittima anche lui delle peggiori ingiuste vessazioni, mantiene rapporti con Colombo troppo intimi per essere accreditati al caso. Infatti, tutto indica che fra il papa e Colombo esisteva un vincolo più stretto di ciò che si potrebbe immaginare; e Marino non esita a qualificarli padre e figlio.

Colombo, qui non è più un mero marinaio incolto, un rozzo avventuriero che porta allo sbaraglio una ciurma di condannati, come la falsa versione della storia ha fatto credere per troppo tempo. Anche l’immagine di Innocenzo VIII viene ripristinata. Passo dopo passo, in questo suo interessante riepilogo, Marino restituisce ad entrambi quella dignità di cui circostanze e coincidenze avverse li hanno privati. In totale contro corrente, il papa non è più un venale individuo che solo pensa ad arricchire i suoi parenti e Colombo è presentato come un gentiluomo erudito, esperto di navigazione e soprattutto introdotto presso le più importanti corti europee. Così, ce lo ritroviamo come eroe nazionale. La sua origine, com’è noto,  è disputata fra le diverse Nazioni, anche se alla fine, tutte sembrano concordare nel negargli non solo la sua vera identità, ma se non bastasse, concorrono pure a passare una spugna sui suoi più legittimi meriti ed in modo particolare quello di avere ufficializzato l’esistenza del Nuovo Mondo.

Il sottotitolo annuncia pure un aspetto del tutto singolare, l’ipotesi della sua appartenenza all’ordine militare religioso dei Templari. E qui non si tratta di aderire ad una moda letteraria molto attuale e di successo; infatti, l’autore ci fornisce tutta una lunga serie di indizi molto bene documentati che giustificano senza eccessive remore tale conclusione.

Ecco che nel caso dell’inglese Menzies, come pure di Marino, ci troviamo di fronte a caratteristiche opere oltremodo coraggiose, in un certo senso rivoluzionarie, ugualmente elaborate in anni di lunghi studi, da due tenaci dilettanti stimolati da una salutare quanto utile ostinazione. Ora, la scienza, grazie a queste fortunate iniziative, potrà modificare la propria rotta ed i ricercatori di professione saranno in grado di allungare il loro sguardo, proseguendo su nuove vie, fino ad allora scarsamente percorse, se non addirittura ambiguamente ignorate.

Menzies, da una parte, conclude il suo saggio, definendolo solo come inizio di probabili ulteriori nuove tappe. Marino, dall’altra, classifica la storia come un vero oceano di relitti che lo storiografo può e deve sforzarsi a raccogliere e mettere insieme con cautela, senza a priori, scartare troppo frettolosamente nessuna ipotesi, per quanto insolita possa sembrare, perché il buon investigatore nelle sue indagini non esclude nemmeno le alternative più improbabili.

La storia o, se si preferisce, l’interpretazione degli avvenimenti, non sono mai definitivi; essi si modificano e le cosiddette “verità” subiscono inevitabilmente gli effetti del tempo, dell’evoluzione: anche la storia avanza e sovente torna sui propri passi; le partite non si chiudono mai, perché gli eventi a distanza e nel tempo, assumono nuove coloriture e sono sempre soggetti a rivelazioni ignote o celate, in funzione della letture che si può fare dei vecchi registi e di quelli nuovi che improvvisamente possono emergere. Allora, nella misura in cui lo studioso si rende conto di un equivoco, di una falsificazione, di una verità male esposta, erroneamente interpretata, egli deve cambiare rotta, rivedendo le proprie convinzioni; deve, perciò, mettere a fuoco i particolari del nuovo quadro al quale rivolgere rinnovata attenzione. Da quel momento in poi, altri colleghi potranno procedere alle necessarie correzioni in virtù delle nuove immagini che ne emergono. Il buon analista saprà esaminare coerentemente i nuovi aspetti e procederà con cauto ottimismo a passi misurati. Egli deve ispirarsi con speranza e con una certa dose di necessario ottimismo, con equilibrio ed altrettanta prudenza, ma senza escludere possibili nuovi risvolti per puro partito preso. Lo scetticismo deve sempre avere un ruolo nel processo, ma il pessimista, contrariamente, molto spesso teme la novità,  il progresso e preferisce arrendersi ai primi ostacoli difficili da superare.

Direi che la storia è un po’ come la verità: pur essendo uniche, non sono totalmente accessibili ai nostri umani limiti; infatti, ai nostri occhi ed alle nostre percezioni, la realtà si presenta alla nostra capacità d’intendimento nelle forme e nei modi continuamente più diversi. Il tempo e nuovi approcci condizionano la nostra comprensione; nuovi paradigmi sostituiscono quelli vecchi senza sosta. Infatti, tendiamo ad interpretare gli eventi del passato e del presente come se li vedessimo attraverso il riflesso di un diamante, dove nuove immagini sfuocate costantemente sfuggevoli, si trasformano.

Del resto, ognuno di noi vede l’orizzonte e soprattutto ed i suoi dettagli da posizioni diverse; nessuno può avere i piedi sulla stessa postazione simultaneamente e di conseguenza, tutti nel tempo vediamo qualcosa di distinto, di specifico e niente è realmente fisso e statico, tutto è in costante movimento. Così, tutto ci appare mutevole e ciascuno di noi vede cose che ad altri spesso sfuggono. Pertanto, in tappe alternate, ognuno può aggiungere nuovi elementi; altri tasselli mancanti si aggregano, quindi, al mosaico che compone la verità, pur non riuscendo mai a completarla perfettamente, perché sempre potrà sorgere un particolare nuovo, giacché ogni generazione fa una lettura propria della realtà, potendola esporre, a sua volta, in modo del tutto singolare, senza poter – evidentemente – tornare indietro e rivivere eventi del passato, né emulare esperienze già vissute, perché nel frattempo molte cose sono cambiate e con esse cambiano pure le visioni, mentre si allargano ed si estendono gli orizzonti. Aggiungiamo pure che l’umanità non ha mai goduto di una visione del proprio ambiente e della propria storia in modo così allargato. Lo storiografo soddisfatto è spesso un conservatore e sovente non accetta il contributo di qualche dilettante “intruso” che ispirato da un altro clima e da una magari bizzarra curiosità, rivolge lo sguardo altrove e scopre fonti perse nell’oblio o del tutto ignorate.

Purtroppo, dilettanti come questi sono generalmente avversati da chi si ritiene depositario esclusivo della “verità” consolidata e della conoscenza che eventualmente considera definitiva e concludente, anche se, in numerose scoperte, non si nega il valore dei grandi contributi agli stravaganti collezionisti di monetine e di cocci. Ma come abbiamo fatto notare, anche le interpretazioni della verità e della conoscenza sono soggette all’ evoluzione, a revisione. Del resto, si può affermare che noi, in qualità di esseri umani limitati, dinanzi a nuove scoperte e nuove prospettive ed esperienze, siamo tutti degli eterni dilettanti: chi più chi meno, subisce l’inesauribile lezione della vita, dove nessuna esperienza può ripetersi una seconda volta.

Ecco, dunque, un altro prezioso contributo che Marino ci proporziona con questa affascinante opera. Dopo aver scandagliato oceani di equivoci, e dopo aver setacciato musei e biblioteche, dopo aver analizzato innumerevoli documenti alterati dal tempo ed altrettanti registri adulterati dagli oscuri interessi di parte e di epoche specifiche, egli recupera importanti cocci e, mettendo insieme altri frammenti, egli ha saputo dare una nuova dimensione al piccolo mosaico che d’ora in poi potrà essere completato poco a poco da altri curiosi. Forse, ora sarà la volta di altri e certamente sorgeranno individui stimolati dall’incertezza disposti a frugare fra i resti di rovine coperte da secolari ambigue certezze se non addirittura da falsità abilmente mascherate.

Se Popper insegna che la conoscenza non si esaurisce, il suo amico Hayek illustra come possiamo ottenere risultati simili con mezzi diversi ed allo stesso tempo possiamo raggiungere risultati distinti con mezzi similari. Perciò, ognuno può potenzialmente aggiungere un granello di verità, un frammento di storia a questo immenso mare di presunte certezze non di rado cariche di omertà e di equivoci tollerati viziati dall’induzione. Con frequenza è necessario saper dare coraggiosamente una spinta alla pigrizia di chi si accomoda, a chi è ormai sazio, soddisfatto o stanco, affinché si decida a modificare la direzione della propria osservazione; spesso, si deve cambiare metodo o spulciare archivi dimenticati, procedendo in modo opposto a quello che potrebbe sembrare il più logico.

La storia è ricca di benemeriti come Marino, Menzies o del più noto Schliemann; la scienza non li può esonerare in modo affrettato, congedandoli o addirittura squalificarli, come semplici estranei intrusi. Anzi, dovrebbe esser loro grata; e se qualche volta uno sbaglia e si lascia abbagliare da qualche lampo, ingannato dall’impressione di qualche strana ombra, tocca agli altri correggerne le interpretazioni. E’ provando ed esperimentando che si sono sempre perfezionate le tecniche; del resto, non è dai dubbi che più impariamo, pur sbagliando? O ci insegnano di più le certezze consolidate e fossilizzate che poi inducono all’inerzia? Il progresso si fonda appunto sull’ accumulo di errori ai quali poi, in qualche modo, in determinati momenti, qualcuno ha riparato.

Pertanto, se dipendesse solo dalle iniziative fomentate unicamente da coloro che si considerano i legittimi depositari della conoscenza, o se ci fossimo solo affidati all’indottrinato potere politico, non saremmo sicuramente mai giunti al livello del nostro attuale benessere. Il progresso deriva dalla creatività di individui coraggiosi, capaci di affrontare nella loro solitudine, l’opinione comune e dominante; il progresso lo promuove soprattutto l’eccentrico che sa anche uscire dal gregge per inoltrarsi su percorsi ignoti, frugando là dove nessuno immagina od osa di mettere il naso.

Quante volte la storia, o meglio, l’interpretazione degli eventi s’è insabbiata, terminando in vicoli ciechi? Allora ci sono voluti proprio questi individui che nella loro eccentricità non hanno temuto di elevare la propria voce fuori dal coro: è grazie a quelle voci – che possono anche sembrare stonate ma che in una sinfonia possono determinare un ritmo innovativo – che si può modificare una tendenza, un nuovo corso, un gusto che poi potrà segnare nuovi stili, portando ai cambiamenti dell’innovazione.

E per concludere, desidero raccomandare questa lettura oltremodo interessante ed utile particolarmente a tutti coloro che non si arrendono alle certezze, ma preferiscono nella loro testardaggine indagare fino in fondo, mettendo alla prova le proprie esitazioni. E’ una lettura per chi non teme di farsi guidare dai dubbi o chi si ostina a guardarsi attorno; per chi non si accontenta di spicciative spiegazioni disponibili; per chi non si rassegna a superficiali ambigue apparenze; per quei curiosi che, dando sfogo alla propria immaginazione, scrutano ovunque e procedono anche a tastoni con l’intenzione di avanzare nella speranza di poter allungare lo sguardo, possibilmente anche oltre gli orizzonti circostanti.

Penso, in fine, che questo prezioso sforzo potrà trasformarsi non solo in un inizio di una nuova e lunga serie di capitoli e di tappe storiche del nostro oscuro passato tutte da scrivere, capaci di gettare un po’ di luce su di un poco del tanto che c’è ancora da imparare e da riscoprire. Sono pure convinto che questa opera per quanto ancora incompleta potrà servire anche agli specialisti capaci di portare avanti il proprio testimone, cedendolo a chi si proporrà a portare sulle proprie spalle altri scomodi fardelli.

Il progresso è movimento e, pertanto, è dinamico; esso male si adegua alla pura e semplice conservazione. Il progresso costituisce un processo continuo, in costante mutazione ed è alimentato dagli individui più creativi e coraggiosi, incapaci di stare comodi nell’ immobilità e nell’indifferenza; sono ribelli ed irrequieti, mai soddisfatti della propria condizione e la loro migliore virtù e quella di saper andare contro corrente di non spaventarsi dinanzi ai pericoli; di non temere l’ignoto, anzi ne sono attirati. Sono questi personaggi i più produttivi e fecondi della nostra civiltà, sempre in grado di indicare nuove mete, nuove scoperte. La rassegnazione, invece, è statica, timida e sterile; è la peggiore nemica del progresso e dell’evoluzione. Cristoforo Colombo, ma anche autori come Gavin Menzies e Ruggero Marino – nelle loro dovute proporzioni - fanno parte di quella benemerita categoria di individui che riesce a dare una spinta ai cambiamenti tanto necessari al progresso ed al benessere della nostra specie ed in questo modo dare un significato più concreto al fugace transitorio passaggio per questa mondana ed utile esistenza.