SOCRATE AL CAFFE’ di Marc Sautet – (Recensione)

La fede che agonizza ma non muore.

Mi era stato suggerito da un conoscente che, nonostante non sia delle mie stesse convinzioni, io stimo; dopo un inizio promettente, ben presto e, purtroppo, ho dovuto ricredermi ed ora ammetto d’esserne rimasto molto deluso. Se avessi immaginato che si trattava del vano encomio riservato ai vecchi e logori ideali socialisti, non avrei proprio perso tempo con questa lettura. Al suo termine essa merita un commento.L’autore inizia descrivendo gli originali incontri al caffè, organizzati per discutere liberamente di filosofia con partecipanti di ogni inclinazione; poi, come d’incanto, misteriosamente, se ne dimentica del tutto e uno si trova a leggere un vero e proprio monologo, dove egli stesso si pone le comode domande per fornire diligentemente le proprie risposte dal suo stretto particolare punto di vista politico. Non dissimula nemmeno la sua ottusa fede nello storicismo; infatti, pretende fare una lettura degli ultimi due millenni e del presente, analizzando gli eventi politici e le rispettive conseguenze economiche sempre sulla falsariga dell’esperienza maturata dalla democrazia ateniese. Ma la storia è una scienza esatta oppure solo un’interpretazione degli avvenimenti? Naturalmente, non perde l’ottima opportunità per esaltare la divinità di Platone ed ogni tanto, di passaggio, anche l’oscuro Hegel.

Poi, procede a lunghi passi con apparenti concessioni agli “avversari”, riassumendo in grandi linee una sua versione dell’evoluzione del pensiero liberale e gli “apparenti” successi momentanei dell’economia di mercato, ma puntando l’indice deciso sugli equivoci commessi da Adam Smith, per subito passare al generoso plauso del profeta Marx, pur condannando Stalin, che egli considera responsabile – fra l’altro – dell’avvento di Hitler in Germania, alla vigilia della presunta ascesa al potere dei socialisti tedeschi. Come se una situazione economica potesse durate definitivamente, mentre oggi tutti sanno che l’economia è costituita da onde che fatalmente si esauriscono, come del resto avviene con i cicli delle civiltà. E se una volta queste onde duravano uno o più secoli, oggi queste stesse bonde e questi cicli, con la crescente e sempre più accelerata globalizzazione dell’informazione, hanno un corso sempre più breve, attraversa confini e barriere, passando da un Paese all’altro e da un continente all’altro, superando le distanze e gli oceani in modo inarrestabile; infatti, mentre un’onda esaurisce il suo ciclo, dall’altra parte del globo terrestre se ne sta formando già una nuova all’altro capo, dove s’nventano nuove tecniche, strategie innovative, tendenze inedite e gusti stravaganti ma di presa.  Ecco che all’attuale crisi in Occidente corrisponde una spettacolare crescita dell’Asia, guidata dalla Cina e seguita dall’India che si risveglia entrebi in piena espansione.

Com’è buona pratica da parte della sinistra più indottrinata, anche Sautet attribuisce le grandi crisi economiche al capitalismo. Invece, nel caso specifico della grande crisi del ‘30, oggi, apprendiamo anche dal Premio Nobel Milton Friedman (FREE TO CHOOSE) che tutto ha avuto inizio con gli inadeguati interventi economici imposti da Roosevelt, diffondendo panico fra le banche, mentre la crisi attuale che, ormai, sembra volgere all’epilogo, si genera da imprudenti decisioni di Clinton di stimolare il mercato, incentivando gli istituti di credito a facilitare concessioni, ipotecando le case dei privati spendaccioni; in un clima di tanta euforia, è bastata un’onda di inadempienze ed alcune banche non hanno resistito, trascinando buona parte del sistema finanziario nell’incertezza estrema.

Del resto, Sautet non sembra in grado di indicare alcun successo concreto di modelli economici nei Paesi a regime socialista; potrebbe indicare Cuba o la Corea del Nord? Ma per non cadere in trappola, astutamente, evita di far alcun timido accenno al “tradimento” della Cina moderna che, lasciato perdere Marx, riscoperto il mercato, ormai cavalca spavalda, con esito sorprendente, la benefica dell’onda di un’economia capitalista, senza neanche far troppe concessioni alla democrazia, ma che già le attesta  il merito fra i primissimi posti dell’economia mondiale. Così, dinanzi ad una così palese evidenza, tutto il suo discorso s’incrina e dopo l’illusorio canto delle sirene, fallito all’alba del drammatico cedimento del muro di Berlino, il lettore meno distratto, capace di distinguere certi contesti, sapendo scrutare fra le ingannevoli apparenze, ha davvero l’impressione di assistere ad una nuova versione ricomposta, ma che in fondo suona piuttosto come una specie di solitario canto del cigno dell’obsoleta quanto tragica dottrina collettivista.

Ma lui non si scoraggia e, da buon nostalgico, si ostina e focalizza gli equivoci di Adam Smith, mettendo ovviamente in forte evidenza alcune delle famose profezie di Marx. Mai un minimo commento sulle altrettanto note confutazioni di L. von Mises che, con il suo, ahimè, poco noto saggio SOCIALISMO, già nel 1922 aveva anticipato come e perché quel modello, non avrebbe potuto resistere alle leggi dell’ordine spontaneo dell’economia reale; egli tace pure su A.F. von Hayek i cui insegnamenti serviranno tanto alla Thatcher come a Reagan per rilanciare la salutare libera economia di mercato; e Sautet non fa un’unica allusione nemmeno a Karl Popper che con quel suo capolavoro della  SOCIETA’ APERTA ED I SUOI NEMICI, ha ridotto piuttosto male quelle tanto blasonate figure di Platone, Hegel e Marx. Se non bastasse, spaccia David Ricardo come se fosse un liberale pentito; in realtà, era – e così è passato alla storia – un acerrimo laburista le cui teorie ed i rispettivi disastri da esse generate, avevano messo in ginocchio il Regno Unito; danni egregiamente riparati dalla superba azione della famosa dama di ferro, l’indimenticabile Margareth Thatcher – chiaro – totalmente ignorata dall’autore. Se fosse ancora in vita, ci sarebbe da raccomandargli la lettura dei saggio di Gertrude Himmelfab che all’analisi degli errori del laburismo, ha dedicato diversi interessantissimi saggi, in modo particolare THE DE-MORALIZATION OF SOCIETY: From Victorian Virtues to Modern Values.

Io mi auguravo di trovare almeno uno spiraglio di speranza nelle ultime pagine del libro; invece, doppia delusione. Frustrato, concludo, quindi, che si tratta solo del solito elogio all’ambigua dottrina egualitaria, tutta condizionata dall’imperdonabile pessimismo congenito, tipico dei collettivisti, dove il militante non può che convincersi delle proprie ermetiche teorie, guidato dal solito principio secondo cui bisogna saper CREDERE PER VEDERE; mentre il liberale, solitamente un po’ più modesto e realista, non può sostenere di sapere; infatti, nelle sue incertezze si lascia orientare piuttosto dai dubbi; egli sa di poter sbagliare, ma è pure consapevole di dover eventualmente correggere la rotta per riparare; egli non può seguire ciecamente una bella ma deleteria teoria solo perché è nobile, ma deve sapersi adeguare continuamente alla volubile realtà in modo pragmatico, senza dimenticare che prima di lasciarsi conquistare da qualsiasi conclusione è sempre necessario cavalcare il cavallo della prudenza e VEDERE PER CREDERE.