IL PAPA CHE BRUCIO’ GIORDANO BRUNO

di Rita Pomponio (Recensione)

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Il libro è senza alcun dubbio scritto bene; tuttavia, non posso negare di esserne deluso perché tratto in inganno dal titolo: infatti, avevo dedotto erroneamente che si sarebbe parlato un po’ di più del filosofo di Nola. Invece, facendo le somme, a Giordano Bruno, l’autrice non dedica più di poche frettolose pagine; e, se non bastasse, in alcuni momenti sembra addirittura ridurre la figura del filosofo ad un mero ciarlatano, una specie di Casanova o ad una sorta di controfigura di Cagliostro e non di un emerito libero pensatore, come siamo stati abituati a considerarlo e come lo celebrano moltissimi cultori della libertà.La mia personale opinione è che Rita Pomponio sia stata condizionata eccessivamente dalla sua autentica e fervorosa fede di cattolica praticante; si guarda bene dal condannare un’unica volta le note malefatte di una Chiesa intollerante e radicalmente ottusa; anzi, a volte si ha addirittura l’impressione che se non giunge proprio a giustificare certi eccessi, essa tenda almeno a diminuire quegli orrori praticati dalla Sacra Inquisizione.

Si tratta di un compendio dedicato alla vita di un papa passato alla storia per vissuto anche in un momento storico in cui il calendario giuliano viene sostituito da quello gregoriano; infatti, gli studiosi Luigi Lilio ed Ignazio Danti avevano tagliato una decina di giorni di storia per riparare alle imprecisioni del calendario allora in vigore; i fatti, però, non cancelleranno quel tragico evento quando, dopo aver ascoltato la sentenza della sua condanna a morte per rogo, Giordano Bruno, dinanzi ai suoi inquisitori pronuncerà la celebre frase: “Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla“… Purtroppo, dunque, il testo sotto questo aspetto non rende onore a certe verità e non espone il dramma della barbara esecuzione che sarà consumata in piazza Campo dei Fiori, legato nudo ad un palo con la morsa in bocca e crudelmente bruciato vivo in pubblico… Invece, per i laici del libero pensiero, il personaggio diventa un vero simbolo, lo dimostrano i diversi monumenti a lui dedicati in giro per il mondo; e, l’autrice di questo libro, sembra scordarsene, dipingendo un immagine molto differente.

A parte questo tragico evento, a cui Clemente VIII ha di fatto una partecipazione, non si può certamente negare il merito di essersi impegnato nella moralizzazione dei costumi in una città dominata dal malcostume, da una diffusa delinquenza che si divertiva a gettare sassi contro le carrozze che transitavano per le strade; di una gioventù che non esitava assassinare i propri genitori per appropriarsi dell’eredità; in un ambiente dove – secondo  alcune cronache – c’erano “più meretrici che pidocchi”; di una Chiesa che ormai si era fin troppo allontanata dal vero messaggio di Gesù, realtà che, del resto, aveva generato lo scisma dei protestanti. Così, questo papa aveva introdotto riforme contro la diffusa corruzione del clero e contro i vizi che ai suoi tempi minavano quella società. Come la maggior parte dei benestanti di allora, anche questo lui soffriva tremendamente di gotta.

Indotto a fare politica, affrontando il potere degli Spagnoli, si circonda dei parenti più stretti ed ai suoi stessi nipoti affida importanti missioni diplomatiche con la finalità di intermediare gravi conflitti, ottenendo pure un certo equilibrio fra gli antagonismi e gli interessi delle potenze allora dominanti: Spagna, Francia e la minacciosa Turchia. Pone fine anche al conflitto con la Francia, annullando la bolla con la quale Sisto V aveva dichiarato Enrico IV eretico recidivo; costui lo remunererà assicurandogli il potere su Ferrara.

Evidentemente, l’opera e quasi tutta dedicata ai particolari della vita di questo papa – Ippolito Aldobrandini - eletto in opposizione al potere dei cardinali spagnoli. Di lui apprendiamo della sua infanzia e di quanto fosse affezionato ad un dipinto ricevuto dalla madre prima della sua prematura morte. Il testo insiste, descrivendo come, in veste di Vicario di Cristo, amava inginocchiarsi davanti a quel dipinto della Vergine di Loreto, invocandone l’ausilio nel superamento delle difficoltà che costantemente doveva affrontare; descrive con quale frequenza il papa inginocchiato dinanzi ad un’immagine prega molto, non di rado piange e che attraversa strade e piazze di Roma scalzo per penitenza, nel vano tentativo di condizionare la realtà che lo assilla. Nell’augurio di non offendere i credenti, non ci sono dubbi che tanto credito per un’immagine – per sacra che sia – accordato da un personaggio potente come quel papa, non può che lasciare perplessi certi agnostici.

Ad ogni modo ed in conclusione, con il gusto amaro in bocca, devo ammettere che avrei apprezzato molto di più questa lettura se si fosse parlato di più e meglio di un  personaggio – secondo noi – importante come Giordano Bruno e se la scrittrice, in compensazione, avesse risparmiato qualche pagina sulle numerose avventure dei membri della famiglia Cenci che alla storia hanno sicuramente contribuito meno del nostro filosofo, al quale invece – forse l’editore – dedica buona parte del fuorviante titolo, chissà se non con il tacito intuito di attirare l’interesse dei lettori che fra la religiosità e la libertà preferiscono quest’ultima.