C’ERA UNA VOLTA LA DDR di Anna Funder (Recensione)

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L’ Australiana Anna Funder di origine scandinava, dopo aver lavorato in qualità di legale per il governo australiano nell’ambito dei diritti umani, terminati i suoi studi in Francia, si è specializzata poi in lingua tedesca presso la Freie Universität a Berlino. In questa occasione, come giornalista televisiva, aveva iniziato le sue investigazioni sulla vita dei Tedeschi durante il periodo della cosiddetta Repubblica Democratica Tedesca, intervistando chi aveva sofferto ogni genere di repressione, ma nei suoi scritti pubblica pure dialoghi e spiegazioni ottenuti direttamente dagli stessi autori diretti di tali deleterie iniziative.Si apprende che in quel regime, in molti casi, bastava un più banale indizio come lo scambio di saluti con individui sotto sorveglianza, per essere sottomessi a lunghi interrogatori, dovendo a volte passare perfino anni in carcere senza una logica giustificazione, in cui le vittime di tali assurde sentenze subivano, sommarie condanne in processi-farse. Al minimo sospetto, durante i fermi, gli arrestati erano indotti a denunciare conoscenti, amici e anche parenti stretti; in tali circostanze, gli agenti ricorrevano alle più primitive torture di medievale ispirazione inquisitoria, dove non si risparmiavano nemmeno vite umane. Con i più spregiudicati ricatti e con violenza e minacce costringevano la gente a confessare anche colpe e delitti inesistenti. Si arrivava al punto di “forgiare” anche falsi adulteri pur di convincere una delle parti ad integrare quel complicato ingranaggio dell’ infame sistema in cui agivano delatori ed informatori al servizio di uno dei più cinici modelli politici della storia moderna.

Ogni aspetto della vita privata era strettamente vigilato e si calcola che esisteva un agente segreto per ogni 6,5 sudditi – perché in questo mondo non si potrebbe più parlare di “cittadini”. La gente viveva in un costante clima di terrore ed i nostri cari compagni della sinistra vera, di linea dura o quelli della specie più edulcorata che oggi si definiscono “democratici”, sapevano benissimo ciò che avveniva da quelle parti, mentre oggi dimostrano angelicamente di essere piuttosto deboli di memoria; memoria che però, sembra non aver subito danni quando si parla delle loro più degne gesta durante la Resistenza o quando si tratta di riepilogare le responsabilità dei fascisti, degli Americani e così via…

Così, durante quasi 65 anni, attraverso tutti i media, siamo stati tempestati dalle più insistenti ed instancabili critiche nei confronti del fascismo; niente da recriminare: più che giusto mantenere vivo il ricordo di periodi storici che non dobbiamo più dimenticare, questo, anche per evitare di incorrere nuovamente negli stessi errori, proprio in un momento in cui nuovi allegri, comici e fanatici populisti bussano alle porte della nostra tortuosa attualità. Tuttavia, mi sembra che sia utile non dimenticare nemmeno gli altrettanto disastrosi periodi che l’intolleranza, la dottrina e la demagogia collettivista hanno riservato ad una enorme fetta dell’umanità del nostro tempo.

Infatti, gli avversari diretti od indiretti dei regimi nazi-fascisti si sono fortemente preoccupati a mantenere vivo tale doloroso, ma necessario, ricordo attraverso ogni genere di mezzo mediatico, sovente, a tale estremo che pur di evitare di mettere in evidenza anche le responsabilità e gli eventi che si sono accavallati e che eventualmente potevano mettere sotto accusa anche i propri “compagni”, in tanti, si sono sforzati non solo di tacere, ma addirittura di deformare e perfino falsare certe verità.

Non a caso, ora, gli stessi critici di ambigua natura, vorrebbero minimizzare, far finta di ignorare – o tacere – l’importanza delle disastrose tragiche esperienze prodotte e vissute nei loro cosiddetti paradisi del proletariato. Eppure, da LE ORIGINI DEL TOTALITARISMO dell’insospettabile grande pensatrice Hannah Arendt, apprendiamo che fra i protagonisti che hanno dominato le scene del potere antidemocratico del nostro recente difficile passato, evidenti differenze esistono; ed ecco che lei non esita a definire totalitari i regimi comunisti e nazisti, risparmiando, invece, in maniera esplicita quello del fascismo. Chi ne dubita legga quella straordinaria sintomatica opera liberale.

In fondo, basterebbe fare un freddo e sommario conteggio numerico delle vittime perite nei campi di concentramento nazisti e nei gulag stalinisti per ottenerne la più palese ed incontestabile prova. Del resto, quello del fascismo pur essendo, senza alcun dubbio, un biasimevole periodo tanto drammatico quanto triste della mostra storia, esso non potrà mai essere equiparato alle disumane tragedie in massa generate rispettivamente dal comunismo e dal nazismo. Inoltre, il fascismo è ormai superato, mentre il comunismo, seppur agonizzante, con grande frustrazione, purtroppo, da parte dei nostalgici indottrinati ostinati credenti, sopravvive ancora, non solo a Cuba e nella Corea del Nord, ma perfino fra alcuni esponenti della sinistra italiana che – se potessero – non esiterebbero a far resuscitare questa demenziale salma collettivista.

Ebbene, è quasi un sollievo poter notare che proprio una casa editrice come la Feltrinelli, notoriamente sempre inclinata a sinistra, abbia pubblicato un’opera tradotta in italiano da Bruno Amato, con il titolo C’ERA UNA VOLTA LA DDR, così degna di menzione e di così grande successo internazionale in oltre venti diversi Paesi e che nella versione originale era intitolata STASILAND.

Pertanto, non mi sembra affatto inadeguato commentare questa interessante lettura della Funder, considerandola oltremodo lodevole perché presenta concrete reali testimonianze di chi non solo ha subito il barbaro tentativo di vedersi imporre il disastroso modello marxista, ma anche di chi ha attivamente partecipato – volente o nolente – alla dolorosa realizzazione dell’inutile tragico esperimento fortunatamente fallito. E mi sembra di potermi chiedere, pure, quale avrebbe potuto essere il destino dell’Europa, ormai alla vigilia dell’adozione del marxismo, se non ci fosse stata la reazione fascista, seguita dal furore nazista che insieme hanno prima sconfitto e rovesciato il regime comunista della repubblica in Spagna, ma interrompendo pure quella tendenza che nel frattempo godeva di grande seguito in tutte le Nazioni del Continente; infatti, contava perfino con simpatizzanti del calibro del presidente americano Franklin Delano Roosevelt che non nascondeva una dichiarata ammirazione per lo stesso Stalin.

Per questo, forse, sia utile raccomandare questa lettura anche a chi non si rassegna ad accettare la fine del comunismo od a chi continua ad esaltarlo, facendo finta che quell’incubo non è mai esistito. Infatti, le testimonianze che l’autrice cita, ci forniscono tutta una serie di concrete evidenze di come era strutturata – per parafrasare in un certo modo un capolavoro di Alain Peyrefitte – “la società della sfiducia“. La scrittrice con le sue ricerche dimostra lo squallore applicato per poter mantenere insieme un regime del genere. Il sistema, quindi, non poteva fare altro che ricorrere alla più becera repressione, dove tutti erano stimolati e spesso obbligati a spiare tutti e dove la STASI arrivava all’estremo di inventare perfino tradimenti coniugali per strappare confessioni che poi usava nei ricatti con la finalità di estorcere particolari compromettenti da usare contro gli stessi coniugi, obbligandoli con la diretta minaccia, a collaborare in cambio di non subire le conseguenze di condanna ad una vita impossibile.

Dunque, dalle interviste emergono personaggi diversi che spiegano – fra l’altro –l’incredibile gigantesca dimensione della documentazione recuperata dagli archivi della STASI, nonostante una parte sia stata “opportunamente” e frettolosamente bruciata durante i primi giorni dell’unificazione delle due Germanie… Ora, per ricomporre quella montagna di sacchi di carta semidistrutta superstite, una squadra di 40 addetti riesce a rimettere insieme 400 pagine al giorno, circa 100.000 all’anno; ed i responsabili di questo minuzioso lavoro certosino calcolano che a questo ritmo dovrebbero impiegare circa 375 anni per completare la “missione”. E’ legittimo chiedersi, quindi, se doveva essere proprio questa la tanto decantata società giusta e fraterna: quella della più stretta sorveglianza di tutti i sudditi, dietro i fili spinati e circondati dai campi minati per evitare che la gente potesse scegliere la fuga verso la libertà?

Ma se i racconti della Funder non dovessero risultare sufficientemente convincenti dell’inutilità di tali metodi dittatoriali per realizzarla, agli ingenui di piantone, ai fedeli nostalgici seguaci della dottrina bolscevica, si potrebbero raccomandare tante altre letture: e fra le quali SOCIALISMO di Ludwig von Mises è stata una delle prime in assoluto. Infatti, il grande liberale austriaco, già nel 1922 aveva profeticamente anticipato, dal suo punto di vista più strettamente economico, le ragioni per cui il delirio del sogno collettivista non avrebbe potuto resistere al severo giudizio della realtà.