LO STATO CANAGLIA di Piero Ostellino (Recensione)

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Siamo soliti a credere – ed a sostenere – che il nostro modello politico, presumibilmente, costituisce se non il miglior esempio di democrazia, certamente uno dei più affidabili. Ebbene, a demistificare questo emblematico ed equivoco paradigma si presenta l’ottimo Piero Ostellino che attraverso la sua più che convincente critica in cui con LO STATO CANAGLIA espone tutta una serie di evidenze e non solo semplici indizi od opinioni personali, politicamente incorrette, con le quali, in maniera magistrale, egli denuncia proprio quei peccati di cui meno possiamo vantarci, ma che dovrebbero servire ad avvertire le nostre insensibili menti su ciò che non va e che dev’essere cambiato. In sintesi, egli spiega perché e come, grazie al regime che ci governa, il nostro Paese è, di fatto, avviato ad inevitabile deleterio declino.Del resto, non c’è da meravigliarci se uscendo dai nostri confini, senza tante sorprese, siamo così frequentemente confrontati con le nostre eterne inettitudini che qualificano molto bene anche i nostri tipici e tradizionali provincialismi; ragione per cui, ci sentiamo subito a disagio ed oltremodo imbarazzati dinanzi all’efficienza dei loro servizi a confronto di quelli assicurati dal nostro modello ai cittadini. Così, ci stupisce quanto si presenta alle nostre osservazioni, soprattutto, se ci rechiamo nei Paesi nordici, ma non solo in quelli…

Ed in questo contesto non potrebbe cadere a miglior proposito questo pedagogico saggio del convinto liberale Ostellino che, in modo estremamente coraggioso, non indugia a formulare pesanti accuse dirette, elencando quante distorsioni di ogni diversa natura, attentano ai diritti degli Italiani e come nella completa incapacità dei nostri governanti portano ad un’inarrestabile decadenza, e non solo nell’ambito economico, al punto di poter paragonare il nostro Paese ad una vera specie di dittatura burocratica, dove niente è permesso salvo ciò che è esplicitamente consentito.

Dobbiamo, allora, davvero meravigliarci, se per molti aspetti il nostro caro e povero Paese, per tutta una serie di biasimevoli circostanze, è ancora fermo su concetti autenticamente medievali? Non è certamente per caso che al potere politico, ed alle sue rispettive diverse appendici, sono notoriamente riconosciuti privilegi particolari che frequentemente si piazzano addirittura al di sopra della stessa legittimità, a scapito di obblighi ed imposizioni a cui gli altri – che non fanno parte di queste caste -, ossia, i normali e comuni mortali, i cittadini ridotti a sudditi, sono fatalmente soggetti.

Infatti, il noto ex direttore del Corriere, di riconosciuta ed autentica inclinazione liberale, non si limita a fare una severa diagnosi dei malanni di casa nostra, ma ne approfondisce le origini e meticolosamente dettaglia particolari che inseriscono l’Italia fra i Paesi meno progressisti nel vero senso del termine, avvicinandolo ai sistemi socialisti, dove le ingerenze del potere pubblico sono in grado di limitare non solo le libertà degli individui, ma in particolar modo, frustrano aspirazioni, negando loro proprio quelle ambizioni ed iniziative che potrebbero contribuire al nostro progresso; ciò inibisce la crescita un po’ di tutti i campi delle attività produttive che in un sistema normalmente libero, dovrebbero essere di esclusiva competenza degli individui, senza che gli stessi debbano subire le continue ed impertinenti interferenze di chi si attribuisce vantaggi e benefici che, a rigore, non competono ad altri se non alle persone libere stesse che, a loro volta, si sforzano per meritarli.

Non per niente, il modello italiano, pur non essendo di conio tendenzialmente socialdemocratico – d’inclinazione abbastanza flessibile – e simile a quelli che in generale si sono imposti nell’Europa Settentrionale, non è tuttavia abbastanza liberale ed ancora meno compatibile con modelli che riconoscono le prerogative alla libera iniziativa che un moderno Paese veramente progressista  dovrebbe adottare.

Di fatto, siamo condizionati da tutta un’interminabile ragnatela di norme, di limitazioni, di concessioni, di coercizioni, di leggi e leggine che ingessano e sfidano l’ordine spontaneo del mercato, soggetto ad ogni genere di proibizioni, controlli e condizionamenti politicamente imposti che impediscono il naturale sviluppo delle attività economiche e produttive che, a loro volta, sono in grado di generare la ricchezza da distribuire.

Con ciò ci vediamo condannati ad un continuo decadimento del dinamismo e della capacità, da parte delle nostre industrie, di adeguarsi ai tempi, aggravate da sempre nuove asfissianti tassazioni che, oltre ai soliti ricatti sindacali, rendono il sistema italiano ogni volta meno competitivo in un mondo dove la concorrenza si rende gradualmente più aggressiva, mentre il nostro sistema, finalmente, risulta incapace di reagire alla crescente crisi.

Pare che la nostra filosofia dominante non si affidi all’innovazione, ma che sia ambiguamente orientata ad accontentarsi della situazione; e con ciò, il cambiamento passa in secondo piano, mentre il nostro sembra indotto a continuare a rimanere un mercato periferico e limitato, costretto alla semplice sopravvivenza. Conseguentemente, il nostro imprenditore, privo di mezzi, impossibilitato a generare gli utili necessari per gli investimenti e la ricerca destinati all’innovazione, si trova a concorrere con Paesi emergenti, la cui manodopera ha costi inferiori e non è legata a norme restrittive o coattive che tolgono versatilità alle nostre imprese ormai impegnate a semplicemente coprire i propri costi ed alle quali non vengono riconosciuti margini per l’utile necessario da reinvestire e promuovere la propria evoluzione e modernizzazione.

Il nostro, purtroppo, è un Paese ricco di contraddizioni, dove la creatività, ahimè, non è più stimolata e dove il merito, al contrario, invece di essere premiato, è semplicemente ignorato, se non addirittura penalizzato e messo sullo stesso piano, se non viene perfino preferito dai criteri della politica clientelare e populista. Siamo uno dei più tipici Paesi conservatori, dove i depositari del potere si qualificano progressisti, facendo “gattopadescamente” di tutto per introdurre nuove norme, affinché le cose possano rimanere come stanno. Come se il progresso fosse statico, mentre lo sviluppo non può essere che mutazione, evoluzione, vero cambiamento.

E’ un dato di fatto: qualsiasi cambiamento che si pretende introdurre nel nostro Paese deve, per forza, contare con l’avvallo non solo dell’ambiguo congegno politico, ma deve essere approvato dalla complessa macchina burocratica, dovendo superare gli ostacoli imposti dall’intransigente corporativismo sindacale e, finalmente, sottostare al non meno influente complesso del nostro sistema giuridico, dove magistrati politicamente orientati, si sentono messianicamente chiamati ad intervenire a favore di operai che magari agiscono palesemente contro il diretto interesse dell’impresa, all’esempio recente delle note sentenze emanate dalle diverse corti che, contrariamente a ciò che si sarebbe visto in altri Paesi, hanno imposto la riassunzione di dipendenti negli stabilimenti FIAT, nonostante quelli avessero dimostrato di meritare il licenziamento.

In conclusione, dobbiamo riconoscere che Ostellino ha una buona dose di ragione quando avverte che nel nostro Paese la Libertà e la vera democrazia sono severamente minacciate. Chi ne dubita, legga questa eloquente e costruttiva critica mossa contro il potere politico impertinente che non può continuare a danneggiare il destino dell’intera Nazione.