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Cambiano i volti, ma le apparenze si assomigliano.

Per alcuni la storia si ripete; in tal caso dovrebbero poter prevedere gli eventi; noi liberali, però, crediamo che in questa esistenza niente si ripete e, pertanto, sosteniamo che non è possibile profetizzare l’incerto avvenire. Quale sarà l’evoluzione politica del nostro Paese? Mah, l’unica cosa che possiamo affermare è che ci troviamo su di una strada complicata e poco illuminata; già, ci mancando i lumi.Fatta questa premessa, cosa possiamo dire dell’esito delle ultime elezioni? Che la storia si ripete? Certamente, no. Eppure, bisogna riconoscere che nel corso della storia anche meno remota, sono stati frequenti gli avvenimenti che, in un certo senso, sembrerebbero ripetizioni di tappe precedenti. Attualmente, per esempio, ci si meraviglia del successo che Grillo ha ottenuto durante le ultime elezioni. Questo esito, invece, non dovrebbe sorprendere, perché già in passato gli Italiani, delusi e stanchi, hanno espresso le proprie preferenze, protestando in modo similare. Io, modestamente, credo che la legge che governa l’esistenza sia quella dell’equilibrio; spero quindi che, in fondo, dal rinnovamento del nostro Parlamento possa emergere anche qualcosa di positivo: intanto, di concreto c’è che l’Italia si è liberata di alcuni protagonisti, in fine, condannati ad un ritiro forzato, senza che molti di noi nutrano troppa nostalgia. Altri sono stati sostituiti da giovani, inesperti quanto si voglia ma, almeno, qualcuno della nuova generazione con qualche idea differente – ce lo auguriamo – si svelerà pure. Del resto, i giovani sono meglio allenati al confronto più ampio ed hanno pure una migliore visione della modernità. Staremo a vedere…

Di meno nuovo, invece, c’è un certo ritorno – per non dire rigurgito – dell’insoddisfazione popolare nei confronti della nostra politica, responsabile oltretutto della degenerazione economica in cui siamo caduti. Infatti, possiamo paragonare l’attuale reazione espressa nelle urne nell’ultima consultazione a similari scelte del passato a cui, poi, sono seguiti altrettanti puntuali populismi.

Forse, i meno giovani ricorderanno quale sorprendente successo aveva riscosso, a suo tempo, l’allora PLI di Malagodi, quando Aldo Moro – sempre lui - alludeva ad ambigui accordi con il PCI. Allora, si era detto che i liberali indebolivano la DC e ben presto, purtroppo, anche il discorso di opposizione liberale si era ridotto ad un timido silenzio, grazie ad accordi di una specie di tacita dissimulata alleanza.

Cosa rimaneva, dunque, agli insoddisfatti? Ebbene, alle successive consultazioni, una buona parte di loro, non rassegnandosi a quella situazione, aveva premiato le argomentazioni dell’abile Giorgio Almirante, segretario del MSI, al quale un ingenuo politico mancino aveva fatto osservare che quei voti erano solo dati in prestito; l’astuto Almirante non era un tipo da prendere lezioni di dialettica senza replicare e gli aveva prontamente contestato che le preferenze non sono mai di proprietà di un certo partito politico e che i voti sono sempre dati in prestito… Lo sono anche per Grillo.

Ma anche quel debole fuoco ben presto si estingueva. Passati alcuni anni, alla fine degli ’80, nasceva un nuovo movimento populista, quello dei federalisti che avevano interpretato bene il malcontento del Nord, produttore di ricchezza, mentre il Centro ed il Meridione la sprecava; infatti, i rispettivi politicanti, con scandaloso abuso, distribuivano incarichi – fittizi e non – a tanti i potenziali procacciatori di voti, anticipando pure, con sfacciata prodigalità, pensionamenti di ogni specie e natura, anche di simulata invalidità, permanente e non, a gente che poteva benissimo – anzi avrebbe dovuto – continuare a lavorare ancora per qualche decennio, badando al suo fabbisogno con il proprio meritato sforzo. Così, le piazze si riempivano di nuovo sotto gli scrosci degli applausi ai veementi discorsi del nuovo Messia lombardo che nei suoi deliranti eccessi, senza tante ricercatezze nelle espressioni – proprie alla piazza -, osava annunciare perfino la secessione.

Ma la politica – come si sa – vive in un mondo a sé e seguiva impassibile la sua strada, difendendo i propri privilegi ed interessi, allo stile specifico della stessa politica più ambigua, con i suoi oscuri metodi, fino a quando, agli inizi dei ’90, arrivava la tempesta di Tangentopoli. E con questa si inaugurava il ciclo di Mani Pulite dei P.M. cosiddetti giustizialisti che pretendevano produrre una specie di rivoluzione, mettendo sotto scacco buona parte dei partiti politici tradizionali, soprattutto quelli che avevano gestito il potere fino a quel momento, riservandosi una parte dei proventi di cui l’amministrazione disponeva, per finanziare le proprie cause, non mancando  le scorte di esclusivo uso privato. La demagogia giustizialista accendeva, così, nuove speranze populiste, poi puntualmente frustrate pure quelle, proprio perché alla fine lo stesso partito dell’ ITALIA DEI VALORI oltre a sfruttate e privilegiare politicamente la propria nuova casta, rivelava pure questa casi di sospetti abusi non solo di potere, ma anche di malversazioni finanziarie, i soliti privilegi di famiglia ottimi per gli scoop degli avidi rotocalchi. Pare che oggi, grazie al disastroso esito subito nelle ultime elezioni, anche quel partito abbia, finalmente, alzato bandiera bianca. Applaudiamo!

Ma, se da un lato questa cosiddetta  rivoluzione aveva tolto di mezzo un po’ di mani macchiate, un aspetto altrettanto – se non proprio perverso – e certamente dannoso, emergeva da un inediti immobilismo; infatti, con lo scalpore che gli appalti gonfiati avevano provocato, si temeva che quelle distorsioni si potessero ripetere; così, il potere politico, più preoccupato a preservare le proprie poltrone, aveva semplicemente smesso di destinare risorse agli investimenti, ed al posto della modernizzazione, agli Italiani si riservava il deleterio spettacolo di una vera forma di inquisitoria caccia alle streghe. Allora, con le opere pubbliche paralizzate, il Paese non potendo migliorare le sue infrastrutture, si avviava ad un desolante declino che si protrae ormai da anni. E, se non bastasse, la politica economica penalizzata continuava a zoppicare, grazie anche – se non soprattutto – alle ostilità ed ai sempre più potenti corporativismi difesi tenacemente dai virili sindacalisti, come ci spiega – fra gli altri – l’ex sindacalista (CGL) e deputato comunista (!) Pietro Ichino in A COSA SERVE IL SINDACATO ed I NULLAFACENTI ma in modo ancor più pedagogico, Stefano Livadiotti con quell’ ottimo saggio – L’ALTRA CASTA – in cui mette a nudo le degenerazioni di buona parte del sistema italiano, dove quei corporativisti militanti erano giunti a costituire una vera specie di governo parallelo, creando un nuovo potentissimo centro di potere, in grado condizionare le decisioni dei governi e di mantenere sotto scacco tutto il sistema politico ed economico del Paese, con la perenne minaccia di dimostrazioni, paralizzazioni e scioperi di ogni forma e specie.  In tale penoso ambiente, dunque, l’economia, condizionata e dominata dalle sinistre più intolleranti, non poteva prosperare e perciò si assisteva ad un pericoloso invecchiamento delle più prestigiose attività produttive, mentre le aziende con gli utili sempre più ridotti agli estremi non erano più in grado di investire in ricerca ed innovazione, avendo come ultima alternativa di sopravvivenza il doloroso trasferimento verso Paesi più comprensivi.

Ed ecco che allora sorge un nuovo astro nel firmamento della politica e con il nome di partito che era un autentico slogan: l’imprenditore di grandi meriti qual è Berlusconi, fondava FORZA ITALIA con l’intuito di ricondurre il Paese sui binari di quello straordinario sviluppo che aveva trasformato l’Italia, ammirata anche all’estero, in una delle Nazioni più efficienti al mondo, paragonabile a Germania e Giappone. Purtroppo, i politici, specialmente della sinistra indottrinata – ma non solo – , non gli perdoneranno mai di essere un impresario ricco e di successo e faranno di tutto per impedirgli di realizzare la politica liberale che aveva promesso, con riforme anche impopolari che gli stessi suoi alleati – tendenzialmente statalisti e conservatori -, si negavano a sostenere. Così, anche questo vano tentativo dalle iniziali buone intenzioni, sfocerà nel solito populismo di turno.

Allo stesso tempo, nella prospera e pragmatica Europa del Nord, dove non si erano mai visti scioperi generali, e dove alle aziende si riconosce il sacrosanto diritto di lucrare per poi poter reinvestire parte degli utili ottenuti, nella ricerca e nell’innovazione, continuavano trainate da una efficiente locomotiva economica che non si è mai fermata. Allora, dinanzi a tali palesi disparità, in un’Italia sempre più obsoleta, debilitata e decadente, la frustrante insoddisfazione popolare poteva solo esprimere il proprio crescente malcontento. E, così, ancora una volta, un nuovo opportunista ed abile strillone – già noto per i successi dei suoi spettacoli comici -, inizia a cavalcare la sua onda di populismo che lo condurrà ad integrare una delle principali forze politiche del povero Paese prostrato, sempre guidato da politicanti provinciali conservatori, sostenitori delle solite teorie dell’economia gestita ideologicamente, alieni al pragmatismo, promettendo l’eterno splendente avvenire in un ipotetico domani, in detrimento del reale presente.

Infatti, mentre la destra, impotente che non riusciva ad imporre una politica veramente liberale era sistematicamente ostacolata da una militante sinistra ottusa, miope ed ostile, ancora reticente a liberarsi dalle proprie equivoche dottrine alle quali sembrano attaccati come ad una vera religione, nonostante siano già state definitivamente condannate dalla storia della prassi. Le due parti opposte, dunque, senza risparmiarsi nella solite retoriche, conducevano l’Italia a fatalmente arenarsi in una palude, dove all’impresa privata, sprovvista di prospettive, niente resta da fare se non piangere ed appellarsi alle preghiere. Intanto, i politicanti, con tutti i conti sempre in rosso, indifferenti al fatto che ormai non si poteva più spendere e consumare con le casse vuote, ed il Paese ridotto agli estremi, precipitato in un mare di debiti scoperti, non sembrano capire nemmeno oggi che è necessario tornare a produrre, perseguendo il merito, lavorando e lasciando da parte la demagogia della solidarietà istituzionalizzata, per finalmente realizzare concrete riforme in grado di rilanciare un po’ di ottimismo e portare la Nazione a recuperare un clima degno, verso la modernità, con la riduzione di imposte, norme, burocrazia e sprechi. Incapaci di intendere che bisogna lasciar fare chi ha le idee per generare nuovi impulsi, generare ricchezza, interrompendo così il declino; invece, insistono a spingere l’Italia verso una crisi mai vista fin dalla fine dell’ultima guerra. La conseguenza logica più immediata, oltre alla riduzione dei consumi, non poteva essere altro che un’ulteriore sempre più diffusa disoccupazione, soprattutto fra i giovani viziati impreparati al lavoro.

Eppure, anche nella sinistra c’è chi la pensa diversamente; infatti, Renzi – il giovane sindaco fiorentino dotato di coraggio – dalle idee ben più moderne, ha subito riscosso le simpatie perfino dei liberali; ma, ahimè, gli  eredi del fallimentare comunismo non lo hanno saputo valorizzare. Ed ora che quel testardo di Bersani si dovrà arrendere, o ricredere, noi ci auguriamo che il dialogo fra la destra e la sinistra possa, finalmente prosperare, avviandosi verso un costruttivo consenso che conduca ad un’Italia più moderna, dinamica e prospera. Purtroppo, le ambiguità sono ancora forti:  molti di coloro che pretendono definirsi democratici, continuano ad allearsi ai nostalgici orfani del collettivismo, agli avversari del libero mercato, agli inguaribili relitti bolscevichi, agli statalisti più conservatori, oltre che a mantenere un più che sospetto rapporto con gli intransigenti sindacati che celano nella loro storia un’enorme responsabilità per quanto avviene nel nostro disastrato Paese, vittima dei suoi ricatti che si rinnovano ormai da decenni, incoraggiati dagli impenitenti superstiti del marxismo, dai teorici indottrinati militanti rossi, arancioni, rosa, verdi, viola, iridati e così via, tanto affezionati alle chiassose manifestazioni di protesta di piazza, che influenzano una importante parte della sinistra conservatrice così devoti all’ambiguo modello di lampedusiana memoria.

L’Italia ha bisogno di tornare a valorizzare il merito; di riscoprire il pragmatismo dei risultati, lasciando un di lato le belle seducenti teorie campate in aria, sostenute dai radical chic, limitando la solidarietà a chi ne ha veramente bisogno, cioè agli incapaci di affrontare di fatto le proprie necessità autonomamente. Tutti gli altri, devono essere richiamati alle proprie responsabilità:  chi dispone di normali capacità, deve capire che la propria sopravvivenza, il proprio benessere ed i propri diritti dipendono soprattutto dal lavoro e non dallo sciopero, dalle proteste e dai piagnucolii. Inoltre, non tutti possono fare lo stesso mestiere seduti dietro una comoda poltrona. I numerosi extracomunitari – legali o meno – che giungono da fuori senza aiuti, ma armati di buona volontà, nella maggior parte dei casi,  trova le più diverse attività lecite, seppur umili, per soddisfare le proprie necessità, senza ostacolare le libertà altrui, rispettando i cittadini che devono poter transitare liberamente per le strade e per le piazze, senza dover subire l’intolleranza e la prepotenza di gruppi più o meno numerosi che invocano astratti diritti che in realtà, molti di loro non meritano affatto. E’ giunta l’ora, pertanto, di riflettere anche per questi manifestanti di piantone, che possono sacrificare un po’ di diritti non meritati, affinché tornino all’opera e finalmente riescano anche loro a meritare ciò che, potenzialmente e di fatto, sarebbero in grado di realizzare.

La solidarietà non è – e non deve essere – un diritto gratuito acquisito; ma è un dovere civico dell’individuo responsabile nei confronti dei suoi simili; dev’essere frutto di una scelta libera e spontanea; deve diventare meno pubblica, meno politica, meno coercitiva e più spontanea. Quando in tanti reclamano il posto fisso, un lavoro di propria comoda scelta, lo stipendio garantito, qualcuno deve far capire loro come non è la collettività che si deve accollare certi oneri, che non è compito del potere politico quello di distribuire diritti senza alcun merito, ma sono gli individui stessi che devono agire, cercando di salire con i propri mezzi, con le proprie capacità, passo a passo, i gradini del proprio merito in beneficio del progresso di tutti e del particolare benessere di ognuno.

Oggi, nella crisi che impera, in tanti indicano il movimento di Grillo come una grande auspicata novità; in realtà di nuovo c’è ben poco: il personaggio è semplicemente un abile opportunista interprete del malcontento diffuso fra la Popolazione che insofferente con ciò che la classe politica fa e non realizza; stanca di una categoria di cittadini  che si è promossa a vera casta e si è attribuita privilegi e prerogative alle quali un normale comune onesto cittadino non può ambire. Una casta che mostra insensibilità nei confronti delle masse danneggiate da una banale politica che bada soprattutto a se stessa ed ai propri protetti che compongono un apparato burocratico  blindato da corporativismi organizzati, tutti unanimemente barricati dietro ai privilegi che il sistema nel corso di oltre mezzo secolo ha abilmente e vergognosamente edificato; meccanismi che devono essere  finalmente ridimensionati. Credo – almeno ho la speranza  - che i cosiddetti grillini, non ancora contaminati dai vizi parlamentari, siano in grado di contribuire a queste necessarie riforme. Purtroppo, non è Grillo il personaggio di cui abbiamo bisogno, lui stesso lo sta dimostrano nel più palese dei modi! Come raccomanda il titolo di un libro del simpatico Antonio Caprarica: CI VORREBBE UNA THATCHER! Ed a questo proposito credo utile rimandare il lettore al seguente Link http://www.youtube.com/watch?v=vNRKUUychYY dell’oltremodo benemerito Istituto Bruno Leoni!

In conclusione, forse è ancora valida la lezione di Vilfredo Pareto che con il suo illuminante saggio TRASFORMAZIONE DELLA DEMOCRAZIA in cui espone le origni dell’avvento del fenomeno fascista;, e con ciò, oggi, si spiega pure il seguito ottenuto da Grillo. Dove sono, quindi, quelle novità che condividono quei populisti che con tanta opportunistica tempestività sanno interpretare l’insoddisfazione di parte dei cittadini? Nessuna novità, sanno solo intonare discorsi adeguati ad un pubblico deluso che vuole udire esattamente ciò che essi sostengono, desiderosi di un cambiamento, sempre pronti a sfogar il proprio rancore con il loro lauto applauso. Ciò che distingue Grillo da Mussolini è essenzialmente estetico: uno esibiva – come novità – la sua mordace virilità con il cranio messo a lucido, l’altro, invece, con il populista lombardo, ha in comune anche  una chioma con scarsa intimità con il pettine. In comune con gli altri puntuali aspiranti capipopolo di occasione egli dimostra di avere una spiccata  tempestiva capacità d’interpretare gli umori e le aspirazioni delle masse esauste, non più  disposte a continuare a tollerare un modello che pretende sostenersi unicamente su di un’altrettanta volgare demagogica retorica che continua a promettere un domani migliore che, però, è opportunamente rimandato ad un eterno avvenire, scaricando le proprie responsabilità sugli avversari politici che – a loro turno – non hanno saputo realizzare i cambiamenti, anche se ciò è dovuto, in buona parte, alla metodica ostruzione degli ostili indottrinati militanti dai diversi colori con o senza i girotondini.