Esperanto o Deformazione?

Ho letto con enorme interesse ed uguale soddisfazione l’illuminante protesta con l’oltremodo pertinente articolo dell’autore Sàntolo Cannavale, dal titolo

IN DIFESA DELLA LINGUA ITALIANA

Pubblicato in questi giorni su www.pensalibero.it -

Infatti, questo è un assunto che diversi anni fa io stesso avevo trattato sul sito www.legnostorto.com esprimendo il mio rammarico per il modo in cui la nostra bellissima lingua veniva già allora maltrattata; e trascorsi alcuni anni, purtroppo, mi sembra che si debba riconoscere come non solo le cose non siano migliorate, ma al contrario, sembrerebbe che ci stiamo rassegnando ad una specie di indigesta “bastardizzazione” capace di trasformare la bella lingua del sublime Poeta in un linguaggio che sempre più si avvicina ad una forma di mediocre Esperanto male riuscito… Pertanto, dal momento che condivido perfettamente i suoi argomenti, desidero manifestare qui pubblicamente la mia più sincera solidarietà con il seguente commentario:

Il deplorevole quanto grottesco ed altrettanto irritante vizio, tutto italiano, di ricorrere abusivamente ad espressioni lessicali straniere, in modo del tutto inutile e davvero superficiale, proviene da lontano e giustifica certamente una severa critica e merita di essere indubbiamente condannato anche con una certa veemenza.

In questa pratica, in un crescente numero di casi, si avventurano persone che credono di fare bene, ricorrendo a certi termini alieni che poi feriscono addirittura l’udito; e non c’è nemmeno da meravigliarsi se, con ogni probabilità, gli stessi soggetti non sarebbero nemmeno in grado di formulare una frase completa di quella lingua straniera in generale, e non conoscono neanche il concreto significato di quelle stesse espressioni in particolare. Si potrebbe citare tutta una miriade di termini che certi aspiranti a presunti eruditi traducono in modo totalmente soggettivo ed inadeguato, magari attribuendo agli stessi termini un altrettanto assurdo genere. Esempio tipico lo si nota quando, riferendosi ad un virile personaggio di sesso maschile, lo definiscono niente meno che “una star“: un vero ossimoro! Non potrebbero benissimo dire “astro“? No, scherziamo, è troppo italiano…

Ebbene, spropositi analoghi, recuperati qua e là dai numerosi pretenziosi e falsi poliglotti, nel nostro caro e povero Paese, sono davvero infiniti. Si potrebbero completare pagine e libelli interi di questi tremendi strafalcioni usati a palese sproposito – almeno per chi le lingue le conosce un pochino – al punto che i due linguisti Achille Lucarini e Francesca Scorfani, hanno ritenuto necessario elaborare un volume di oltre trecento pagine – DIZIONARIO DELLE PAROLE STRANIEREper aiutare non solo i profani ma anche gli esperti a meglio muoversi in questa selvaggia selva.

Ma per non entrare troppo nello specifico, senza dilungarmi troppo, bastano qui pochi eloquenti paradigmatici esempi:

Ricordo quando quella – secondo me – comica figura della RAI che, in occasione dell’atterraggio sulla luna, con plateale forzatura di entusiasmo, aveva tradotto “moon landing” in “allunaggio“- a quei tempi, l’inglese per gli Italiani, era una lingua quasi esotica che pochissimi dominavano -, perché nelle scuole erano ancora più importanti il francese od il tedesco e quasi nessuno notava che “land” si traduce in “terra” o “terreno“; quindi, non sarebbe forse stato ben più giusto e naturale, andare direttamente alla ragionevole traduzione e più corretta versione di “atterraggio lunare“, senza ricorrere a contorti e stravaganti neologismi? Altri, al posto di New York (o Nuova York, se si preferisce), ormai ricorrono o alla bizzarra quanto ridicola traduzione di “Big Apple” – “La Grande Mela” -, invece di riferirsi più pragmaticamente al suo vero nome geografico che, per i nostalgici del barocco deve suonare troppo comune… Ed altri, ancora, parlando della Nazionale brasiliana, vanno a cercare addirittura la squadra “Carioca“, ignorando totalmente che “Carioca” è l’abitante di Rio de Janeiro; in fondo, è come se ci si riferisse alla nostra “Azzurra” definendola “Partenopea“; infatti, “Carioca” sta a Rio come “Partenopeo” sta a Napoli, o come “Meneghino” sta a Milano. È pur vero che i “Cariocas” – abitanti di Rio – dovrebbero essere quasi tutti Brasiliani, ma certamente, non tutti i Brasiliani sono “Cariocas” come non tutti gli Italiani possono essere “Partenopei” o “Meneghini“… Giusto?

Già, ma se i Nostri non sono tutti di Napoli o di Milano, almeno una buona parte degli Italiani sovente sono o si comportano da mediocri attori; infatti, la genesi di tanti atteggiamenti buffi e gli spropositi che dalle loro poco eloquenti castronerie derivano – così comuni in TV -, deriva da una nostra atavica particolare inclinazione ad un teatrale esibizionismo; è il nostro incallito vizio di voler  sembrare, di apparire, di celebrarsi, di incinerarsi, generato da un’endemica ed esuberante vanità che caratterizza moltissimi dei nostri connazionali, molto probabilmente, indotti da arcani complessi d’inferiorità, per la consapevolezza della propria scarsa cultura per non dire, deleteria ignoranza.

Non per niente, la grande maggioranza degli Italiani, poco dedita alla lettura e che, quando o se legge qualcosa, in genere, dopo aver praticamente superato la fase degli emblematici fotoromanzi, che non ispirano eccessiva nostalgia, si limita a sfogliare certi rotocalchi di color rosa, a leggere qualche titolo od articolo di giornale, ma raramente dedica il proprio tempo ad aprire un buon libro. Così, nelle loro fabulatorie esposizioni, quando non trovano un termine corretto nella nostra meravigliosa e ricca lingua, si avventurano a prendere in prestito qualche espressione straniera – già storpiata nella pronuncia – che, nella loro esuberante ed allo stesso tempo carente immaginazione, non si rendono conto che quel termine non ha nemmeno il significato del valore che essi intenderebbero esprimere in quel determinato contesto.

Questo avviene con patetica ed davvero insopportabile frequenza nell’ambito giornalistico, e non solo nello sport, ma anche nella politica e perfino dell’economia. Certo, nessuno intende contestare che la lingua – qualsiasi lingua – sia un mezzo di vivo, in continua trasformazione, indipendentemente da ciò che si pretende imporre dall’alto verso il basso: un ordine spontaneo come il mercato – per dirlo con Ludwig von Mises -, condizionato dalle libere preferenze delle numerose persone che compongono la collettività: è l’espressione delle libere legittime scelte degli individui, e quindi, è in costante mutazione ed in un certo modo ogni linguaggio è soggetto all’evoluzione, nel tempo e nel luogo, condizionato soprattutto dalle eterne innovazioni tecnologiche; ragione per cui, è del tutto naturale che sorgano le necessità di coniare continuamente termini nuovi.

Pertanto, questo non è un processo unicamente italiano, analogamente, lo subiscono tutti i Paesi e tutte le lingue ed in modo specifico, trattandosi di termini tecnici, è inevitabile e perfino necessario, coniare neologismi che, però, in alcuni Paesi vengono incorporati alla propria lingua, seguendo determinati criteri, ricorrendo pure a adattamenti o a adeguate traduzioni. A questo punto, mi sembra utile menzionare alcuni emblematici esempi; infatti, vale la pena osservare come gli Spagnoli per “mouse” usano “ratòn“, alla lettera, traduzione di “topo“; i Francesi, per “computer” usano “ordinateur“; e noi Italiani, che – modestia a parte – lo abbiamo addirittura inventato, potremmo benissimo usare “computatore“; infatti, chi ha fatto ragioneria ha seguito anche lezioni della materia che va ancora sotto il nome di “computisteria“; e se vogliamo cambiare continente, dall’altra parte dell’emisfero, i Brasiliani sono molto bravi a nazionalizzare termini provenienti da fuori e per non dire “privacy” – come facciamo noi – usano “privacidade“. Ed a mio modesto avviso, molte delle versioni che si integrano in queste lingue, mi sembrano quasi tutte molto più orecchiabili, per non dire armoniche, di certe espressioni straniere – che fanno a pugni con l’italiano – e che i Nostri, generalmente, intanto pronunciano in maniera stravagante e sbagliata, o le applicano in moltissimi casi, senza che corrispondano alle corrette rispettive traduzioni idiomatiche o sono del tutto estranee ai contesti a cui vorrebbero essere riferite.

Pertanto, sono perfettamente d’accordo con le pertinenti critiche che si formulano a questo proposito e più precisamente desidero dare il mio modesto e spontaneo avallo alle oltremodo giustificate osservazioni dell’ottimo Sàntolo Cannavale con il quale condivido volentieri pure il modo in cui condanna l’abuso – di pessimo gusto – che si fa di dissonanti espressioni che di fatto corrompono la nostra bella lingua, con deturpanti estranei locuzioni, posso associarmi a buona parte dei suggerimenti che egli giustamente propone.

Per concludere, oserei, addirittura, di suggerire la distribuzione di esemplari avvertenze pubbliche, mostrando in maniera simbolica, un virtuale cartellino giallo a quei locutori della RAI – od altri organi della diffusione – che oltrepassano la linea rossa del tollerabile linguaggio barocco, quando  eccedono con banalità come fanno, durante le partite di calcio, al posto di [tempo di] “recupero“, sciorinano certe poco pedagogiche blasfemie quali “extra time” e nel caso dei recidivi, presentando loro, un bel cartellino rosso con la sospensione delle loro tristi esibizioni che umiliano la lingua italiana.

La nostra bella lingua, per la sua storica tradizione che ci viene universalmente riconosciuta, per aver contribuito a tutte le lingue del mondo con termini dati in prestito, merita un tantino in più di rispetto ed un minimo do considerazione, infatti, la lingua italiana ha ceduto tutta una terminologia in diversi campi, della musica, delle tecniche bancarie, del diritto e così via; pertanto, ha tutto il diritto di essere difesa da certe funeste quanto banali “aggressioni” lessicali sovente davvero grottesche.