GLI AFRICANI SALVERANNO L’ITALIA di Antonello Mangano (Recensione)

Ribellione a sfruttamento e discriminazione.

Avevo scelto questa lettura fortemente incentivato dallo stimolante e singolare metaforico titolo, ma certamente senza partire dalle stesse identiche premesse a cui l’autore si riferisse, bensì pensando piuttosto ad ulteriori altrettanto importanti contributi che le  - per troppi - indesiderate “invasioni” degli immigranti ci proporzionano; e non solo con il loro sovente alquanto ingrato lavoro, accettando di svolgere, il più delle volte, mansioni che gli accomodati nostrani ormai credono di potersi permettere di declinare, giacché preferiscono starsene magari con indifferenza in casa a carico dei loro genitori, mentre gli spesso malvisti allogeni  ci possono concretamente dare un loro altrettanto valido concorso anche – se non soprattutto – compensando gli inquietanti bassissimi indici di natalità che in maniera particolare affronta il nostro, Paese in netto declino demografico, come del resto avviene pure in altri Paesi dell’Europa.

Ma il tema non mi ha attratto solo per questi aspetti chissà più scontati. Un ulteriore e non ultimo fattore di mio interesse per l’assunto, è costituito ugualmente dall’apporto genetico che deriva dallo scambio dei caratteri ereditari con le rispettive difese che ogni individuo ed etnia portano con sé nell’organismo e che si sviluppano in modo distinto nei loro specifici e diversi ambienti geografici e climatici, in altre condizioni igieniche ed infettive; senza contare che portare con sé le loro particolarità culturali, alimentari che ivi si formano e che, volendo o meno, costituiscono un patrimonio a sé. Certo, ci si potrà pur chiedere cosa ci sia di utile da trarre da Popolazioni cresciute in ambienti poveri e di igiene precaria… ebbene, sappiamo benissimo che in habitat insalubre o più avverso, l’organismo biologico reagisce sviluppando spontaneamente anticorpi e particolari difese come, del resto, avviene in maniera intenzionale ed artificiale quando ricorriamo ai vaccini. Ed allo stesso modo come, in ambiente assolutamente asettico, le difese naturali tendono ad indebolirsi, proprio perché non più tanto necessarie. Ecco perché la fondamentale diversità genetica è così significativa per ogni collettività. Basta ricordare le disastrose contaminazioni avvenute fra le Popolazioni americane con l’arrivo degli Europei, decimati dal vaiolo che nel Nuovo Continente non esisteva…

Ragione per cui, di fatto, tutte queste diverse forme di scambi – di idee, di prodotti e principalmente di geni – risultano oltremodo utili e fondamentali; l’ emblematico esempio storico è dimostrato dal suo contrario. Infatti, sappiamo come diverse dinastie si sono estinte proprio per via delle note tare che i nobili eccessivamente imparentati si trasmettevano, in seguito al continuo incrocio fra di loro, venendo  a mancare finalmente alle stesse un imprescindibile apporto di caratteri genetici nuovi. Il fenomeno ci viene confermato, da un altro curioso esempio, ovvero  dal fatto che i cani cosiddetti “bastardi”, di solito, sono non solo più resistenti, ma altrettanto spesso anche più intelligenti dei cani di razza genealogicamente “pura” – se in materia di genetica si possa davvero parlare di purezza – ma che nonostante i rispettivi prestigiosi certificati di pedigree, sovente dimostrano di avere scarsa resistenza, ammalandosi facilmente, e risultano non solo di essere dotati di salute piuttosto fragile, ma di mostrarsi pure meno astuti. Lo stesso fenomeno si produce nell’agricoltura, dove non è consigliabile coltivare sullo stesso terreno, sempre gli stessi prodotti che, in breve, renderebbero la terra sterile.

Ebbene, partendo da questi – se si vuole – anche discutibili presupposti, e senza conoscere niente dell’autore, probabilmente di discreta inclinazione di sinistra, ho voluto confrontare le mie convinzioni con chi si riferisce, invece, a determinati aspetti sociali e che, contrariamente a me, approfondisce criticamente alcune note quanto sorprendenti reazioni scoppiate fra alcune comunità di immigrati africani, ribellatisi contro un sicuramente poco nobile – per non dire indegno –  sfruttamento. Inoltre, stanchi di subire certi abusi, oltre ad una turpe e spesso nemmeno molto dissimulata discriminazione da parte della Popolazione locale, hanno dato sfogo alle proprie frustrazioni. Ciò si è ripetuto, notoriamente in aree rurali del Sud, dove gli autoctoni, con biasimevole frequenza, sembrano ormai arrendersi a passiva quanto consolidata rassegnazione, disposti a sopportare con discreta apatia la tracotante prepotenza e ed i soprusi delle diverse forme mafiose che con prepotenza dominano quelle contrade.

Ed infatti, Antonello Mangano, con il contributo di persone che hanno ugualmente potuto osservare dal vivo, avendo perfino dovuto confrontarsi direttamente con le complicazioni di deplorevoli aggressioni fisiche avvenute – nel caso particolare – ai danni di raccoglitori di agrumi forestieri. Ed allora, l’autore descrive come in seguito ad alcune di queste violente rapine ed attacchi di conio malavitoso, hanno provocato l’aperta rivolta degli Africani, in totale contrasto con la tradizionale remissività degli abitanti, ormai assuefatti al dominio della secolare organizzazione delinquenziale faziosa. In questo senso, l’idea di – per così dire – “salvare l’Italia”, reagendo con virile determinazione, contro l’angheria di quella endemica oppressione, non è del tutto assurda, proprio perché la rivolta, agendo da scintilla capace di accendere la miccia di una opportuna consapevolizzazione, può servire da esempio in grado di infondere agli abitanti sottomessi, il necessario coraggio per finalmente riuscire a ripudiare la vile omertà, sfidando la prevaricazione di potenti, ed in fine affrontare i temerari impostori. Infatti, abituati a subire vessazioni ormai da troppo tempo avviliti e passivamente ridotti ad indifferenza e timorosa docilità, se non addirittura a tacita connivenza, emulando analoghi esempi, potrebbero rompere con il passato e finalmente liberarsi dell’umiliante sottomissione. In questo senso, sì, serve anche l’utile lezione di Albert Camus che dopo aver personalmente testimoniato l’iniquità del regime stalinista, per protesta, aveva esposto la pubblica denuncia scrivendo il noto capolavoro de L’UOMO IN RIVOLTA.

Ma questa lettura non si limita al grido di scandalo in cui descrive le diverse forme di razzismo che si ripetono anche nel complice silenzio della grande maggioranza sul nostro territorio. Infatti, l’autore punta il dito direttamente contro l’incompetenza delle nostre impreparate autorità burocratiche, incapaci di affrontare in maniera adeguata la gestione di una manovalanza che, in fondo, opportunamente viene a contribuire per mantenere attivo il settore agricolo che per colpa di una politica ideologica ambigua, tende a non evoluire, mentre la migliore della nostra gioventù, quando non preferisce rimanere disoccupata e vivere con i sussidi dello stato sociale, decide di abbandonare le campagne per andare a vivere in città od a cercare lavoro all’estero, spopola ampie zone prospere, ma prive di personale disposto a rompersi la schiena, lavorando nei campi sotto il sole cocente o nelle intemperie. Anche perché molti dei Nostri non solo in passato, ma anche recentemente, hanno saputo staccarsi da quell’obsoleta società chiusa dalla mentalità antiquata e provinciale – di cui Edward Banfield a buon proposito e con tanta competenza tratta nel suo interessantissimo saggio LE BASI MORALI DI UNA SOCIETÀ ARRETRATA, ormai universalmente accettato come un classico - emigrando magari verso Paesi lontani, quindi, i migliori riescono a liberarsi da quella specie di cordone ombelicale che l’autore americano già negli anni ‘50 aveva definito con la paradigmatica definizione di familismo amorale che, di fatto, costituisce una delle meno degne caratteristiche che contraddistinguono, l’indole degli Italiani in generale e non solo quelli delle zone più isolate del nostro Meridione come taluni suggerirebbero…

Vi si illustra pure come le organizzazioni mafiose non hanno solo condizionato il mercato locale, aggiudicandosi con i loro poco ortodossi metodi, il monopolio della distribuzione dei prodotti agricoli, in generale e degli agrumi in particolare. Così, con tale espediente, hanno  saputo eliminare buona parte della concorrenza, spaventando simultaneamente molti compratori ed assoggettando ulteriormente i produttori alla mercé della loro prepotenza. Se non bastasse, ancora oggi, continuano ancora ad avvalersi di deplorevole sistema, ingaggiando disperati extracomunitari ignari, attraverso il caporalato che – non di rado – riduce individui indifesi a forme di semi schiavitù, minacciando principalmente gli stranieri irregolari inermi ed abbandonati a se stessi, a vivere in ambienti improvvisati e malsani, trasformati in autentici ghetti, privi di qualsiasi sistema igienico più elementare, mentre certi poveracci sono perfino obbligati a cedere a questi intermediari, anche una parte della propria retribuzione che di per sé è già scarsa; e se ciò non bastasse vi si aggiungono anche le rapine a cui sono soggetti, quando già stanchi si avviano alle loro dimore a piedi su strade quasi deserte e prive di illuminazione, senza che le forze dell’ordine possano agire, impossibilitate di superare gli ostacoli dell’endemica omertà. Come conseguenza, vediamo come queste devastanti deturpazioni mettono in crisi tutto il settore della coltivazione a tal punto che molti degli agricoltori, assediati da tanta illegalità e condizionati dalla prepotenza dalle cosche, non rimanendo loro alcun margine di ragionevole utile che giustifichi tanti investimenti e sforzi, decidono di rinunciare all’attività. Tanto è vero che essendosi ormai arresa, una parte dei coltivatori dopo aver semplicemente cessato di produrre per mancanza di poterne trarne un adeguato profitto, oggi possiede preziose aree produttive con tutta una infrastruttura consolidata, praticamente abbandonate.

Questa lettura, perciò, dinanzi all’assenza di una più adeguata ed efficiente azione da parte del potere pubblico – che sovente si dedica piuttosto a questioni marginali – provoca forti sentimenti di compassione ai più sensibili, ed accende perfino un certo sentimento di colpa a molti onesti cittadini italiani; le stesse pratiche fomentano in me non poca stizza; infatti, non riesco a conformarmi a questa deleteria situazione, quando buona parte della Popolazione male informata, preferisce magari far finta di niente, senza far caso a certe più che palesi inaccettabili ingiustizie. Lungi dal condividere quell’equivoca solidarietà che una piuttosto sospetta politica, in maniera eccessivamente generosa concede, distribuendo risorse che sovente finiscono nelle mani di intermediari senza scrupoli, in connubio con chi manipola certi fondi, alla fine trovano ottime opportunità per approfittarne in proprio beneficio. Naturalmente, non è nemmeno giusto che agli occasionali forestieri vengano destinati privilegi come sostegni economici od alloggi che non riconosciuti ai bisognosi nostrani e che altrettanto spesso meriterebbero il riconoscimento ad analoghe condizioni. Tuttavia, bisogna pur ammettere il dovere morale e civico di solidarizzerai che, in fondo ed in tali circostanze, tutti abbiamo, cercando in qualche modo di rendere la vita meno difficile a  questa povera gente. E senza ricorrere ai soliti sprechi, basterebbe stimolare la stessa iniziativa privata che spesso per le attività poco attrattive, non trova forze di lavoro adeguate; come? semplificando la rigida legislazione che regola diritti e doveri nei confronti di lavoratori da una parte e di datori di lavoro dall’altra; infatti, sarebbe ora di rendere più semplice e meno impegnative le assunzioni. Un esempio ce lo offre, nel caso specifico,  il Canada, dove attualmente a determinati nuovi arrivati stagionali, viene trattenuta una parte della retribuzione, destinata a formare un fondo da restituire a tali immigranti, a permesso scaduto ed al momento del loro ritorno in Patria.

Il tema dunque, è senza alcun dubbio, spinoso e certamente altrettanto interessante; pertanto, degno di un più ampio dibattito e non limitato solo al nostro Paese o l’Europa; lo stesso problema è vissuto da Nazioni come la Turchia, il Libano, la Giordania e tanti altri ancora. È necessario affrontarlo apertamente, magari promuovendo una conferenza universale, affinché si possa diffondere una migliore comprensione dei numerosi e gravi problemi che si sono sviluppati, mirando al centro delle ragioni da cui derivano. La situazione sta diventando drammatica,  soprattutto nel contesto dell’attuale allarmante e tragica realtà che si diffonde in tutta l’Europa che si vede invasa da un numero crescente di immigranti, in fuga dalla miseria, non solo in cerca di opportunità di lavoro, sperando in un’esistenza migliore,  ma perché moltitudini intere sono minacciate da pericoli concreti  e dall’oppressione di autentiche tirannie. Infatti, espatriano anche nel tentativo di salvare le proprie e le vite dei propri cari, intimoriti dagli effetti delle guerre e di sanguinose persecuzioni religiose. In fondo, se vogliamo essere davvero onesti, non possiamo nemmeno negare che con la fine del colonialismo, noi stessi abbiamo commesso un enorme numero di errori, abbandonando minoranze, consegnato etnie alla discrezione di dispotici governi, senza considerare le divisioni geografiche, le diversità  linguistiche e religiose che già esistevano prima che arrivassero gli Europei a compromettere certi esili equilibri formatisi nei secoli. Sono errori che devono essere riconosciuti, avendoli noi stessi commessi; quindi, oggi dovremmo avere il coraggio ed il dovere morale di fare il possibile per riparare ad essi.

In conclusione, raccomando questa breve opera di 170 pagine di facile lettura che, nonostante la sua semplicità, mi sembra oltremodo utile come introduzione, in grado di aiutare a schiarire un po’ certe idee confuse, specialmente a chi alimenta ancora troppi pregiudizi. Ed a coloro che, invece, desiderassero approfondire ulteriormente il doloroso assunto delle migrazioni, dopo aver capito che si tratta di un fenomeno millenario assolutamente naturale – che è sempre esistito -, ed al quale nemmeno noi Italiani siamo stati estranei, avendo addirittura invaso Paesi dei diversi continenti  a milioni ed intere generazioni; oltre ai titoli citati in chiusura nei Riferimenti Bibliografici, del volume in oggetto, vorrei fortemente consigliare al di sopra di tutti, almeno altre tre molto opportune letture:

L’ORDA, QUANDO GLI ALBANESI ERAVAMO NOI di Gian Antonio Stella

IMMIGRANTI. PERCHÉ ABBIAMO BISOGNO DI LORO di Philippe Legrain

- LA CARITÀ CHE UCCIDE di Dambisa Moyo

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