MOVER di Michele Silenzi (Recensione)

Il Progresso che nasce dai conflitti

Questo è un saggio di 200 pagine di ricche considerazioni che tutti coloro che credono alla validità dell’individualismo e sono convinti relativisti – come me -, apprezzeranno immensamente. Infatti, in questa straordinaria lettura Michele Silenzi dipinge un quadro della nostra moderna realtà, in cui, nei dodici brevi capitoli di osservazioni oltremodo acute, espone l’effetto e l’utilità dei disequilibri e degli stessi conflitti come proficue fonti del combustibile che alimenta la fertile azione umana.

Egli elabora interessanti congetture e focalizza come l’individuo si comporta e si muove nel tempo e nello spazio di cui dispone, adeguandosi continuamente agli inevitabili cambiamenti che vive e che egli subisce ed a seguito dei quali, egli stesso, in maniera diretta ed attiva, con il suo specifico apporto, contribuisce pure lui a generare nuove ulteriori mutazioni che, a suo tempo, interagiscono e si succedono, condizionando simultaneamente le giornate di tutti gli umani coinvolti.

Infatti, ogni singolo giorno è diverso dall’altro e niente può ripetersi allo stesso modo, proprio perché, anche l’organismo degli individui cambia ad ogni istante che passa: cellule che muoiono, che si rinnovano; neuroni che si consumano e che agiscono secondo sempre rinnovate emozioni, dipendendo anche dall’umore che prevale in un certo momento. Pascal diceva che se il naso di Cleopatra fosse stato diverso, anche la storia sarebbe cambiata. Non per niente, si dice che noi possiamo agire in maniere distinte a seconda se ci alziamo con il piede sinistro o destro…

Una lettura oltremodo alacre, dunque, composta di frasi brevi, molto efficaci, penetranti e che colpiscono i punti nevralgici dello stile di vita che si svolge nella nostra società. Ogni tanto, l’autore non esita ad esprimersi anche in modo impietoso, dove a volte non mancano nemmeno toni arroganti, ma con proposizioni sempre cariche di contenuti che catturano il lettore sensibile e lo stimolano a riflettere su ogni singola osservazione e sui significati dei termini espressi, sui rispettivi aspetti, mentre lo guidano alla profondità dei distinti concetti da interpretare, al punto che vi si potrebbe ricavare una lunga e copiosa antologia di bellissimi aforismi.

Pertanto, pagine piene di sostanza ed a mio giudizio, quasi d’obbligo, soprattutto per quei libertari che potranno identificare in queste penetranti quanto squisite riflessioni tutta una vasta serie di criteri più che condivisibili, anche se a volte piuttosto estremi fino a sembrare – a qualcuno – piuttosto aggressivi ed ai limiti dell’insolenza; infatti, l’autore non lesina i toni e non si preoccupa di scrivere con inflessioni quasi irriverenti  in maniera diretta e  soprattutto “politicamente scorretta”.

Mette a fuoco come il nostro mondo e la nostra esistenza siano in costante movimento, come del resto si deduce dal proprio titolo dell’opera. Fissa l’indice sul comportamento umano  che non potrà mai essere fisso, definitivo o statico, e nemmeno uguale a distanza del tempo e del luogo, perché, indipendentemente dalla nostra volontà, ogni azione sarà sempre instabile e versatile, al seguito di una realtà dinamica, da affrontare non tanto secondo ideologie, dottrine, fede o superstizioni, ma pragmaticamente, con spirito critico, aperto, moderno, anche in controcorrente e – per dirlo con John Stuart Mill -, senza il timore di affrontare la tirannia dell’opinione, in cui l’individuo pensante non si piega alle consuetudini.

Non a caso, in questa nostra esistenza, tutto cambia continuamente in un’evoluzione sovente inattesa. Siamo individui, sempre alla ricerca di capire meglio la nostra dimensione nello spazio, attraverso i nostri sensi, grazie a ciò che apprendiamo direttamente dalle nostre, ma anche dalle altrui esperienze, in una concretezza in cui è necessario sapersi adeguare alle nuove circostanze, senza lasciarsi “sequestrare” dalle ingannevoli apparenze, nel fugace tempo che non si mai ferma, né aspetta, ma scorre inesorabilmente, rendendo tutto ed ogni distinto istante transitorio e passeggero, dettato dai diversi contesti, dall’ambiente e dalle vicissitudini in perenne mutazione.

Cambia il nostro fisico, la nostra mente, la nostra sensibilità, la nostra visione della storia e della realtà stessa, la nostra immaginazione rivolta all’imprevedibile futuro, arricchita dalle nostre continue nuove esperienze. Ci modelliamo ai cambiamenti anche nelle nostre rinnovate interpretazioni. Siamo individui che si adeguano costantemente alle variazioni che condizionano le nostre giornate, dovendo stare attenti a non lasciarci imbrigliare dalle teorie, dagli equivoci dogmi o delle religioni e delle tesi politiche, evitando pure di farci dominare dalle certezze, ma lasciandoci invece guidare piuttosto dai dubbi.

Sorpresi dalle innovazioni che modificano le contingenze che si sommano senza preavviso e che si aggiungono a quelle a cui noi stessi collaboriamo con le nostre iniziative, siamo indotti dalle incessanti casualità ad uno lento ininterrotto moto rivoluzionario della vita quotidiana che si delinea a poco a poco, dando forma a modelli e parametri nuovi all’umanità che di conseguenza ne subisce l’influenza non solo nei modi di vita ma anche nella capacità di intendere, concepire, ragionare e di guardare al sempre incerto avvenire.

Così come ogni giornata che ci attende, inevitabilmente, sarà diversa da quella anteriore, ogni pagina che si succede qui alla nostra lettura riserva rivelazioni, stimoli, ponderazioni su com’è preferibile reagire agli eventi: non come semplici ignare comparse, o come soggetti passivi e rassegnati, ma come veri protagonisti consapevoli e responsabili delle proprie scelte volontarie e spontanee, ma anche disposti a reagire contro gli inattesi contrattempi ed imposizioni per superare gli ostacoli che strada facendo incontriamo; pronti a far fronte alle aleatorietà del “Cigno Nero” di turno, del quale ci riferisce Nicholas Passim Taleb nel suo celebre saggio sulle eterne quanto inattese  imprevedibilità che cambiano drasticamente il  nostro tempo e le nostre prospettive.

Infatti, siamo parte di un ingranaggio che deve sapersi adattare empiricamente alle nuove realtà, senza rimanere indifferenti, senza seguire schemi previamente elaborati sulle falsarighe dettate dagli altri, o restando sempre in attesa che ci venga in soccorso qualcuno, contemplando eventualmente i tanti cosiddetti diritti che ad ogni nuova gestione di governo si elaborano e che si sommano, servendo solo da pretesto ai meno attivi, ai pigri, scarsamente intraprendenti privi di iniziative: ai conservatori che temono il confronto e sono refrattari ai cambiamenti, alle sfide, puntualmente negati a mettersi alla prova, preferendo accomodarsi e seguire le scelte altrui.

Il progresso non è un ordine che con naturalità ci piove addosso nell’inerzia, ma qualcosa che si costruisce a brevi passi ed anche a tappe con alternate interruzioni; si forma attraverso la positiva azione empirica con l’impegno voluto dagli individui più ostinati che non si fermano dinanzi agli imprevisti e che, finalmente, spinti dalla speranza e dalla fiducia nelle proprie capacità, agiscono e vogliono vedere per credere. Sono costoro i soggetti che possono eventualmente indicare nuove strade mai percorse da altri.

Possiamo, dunque, dedurre che Mover è il vigore, il propulsore, il carburante, insomma l’energia delle trasformazioni a cui assistiamo, ossia, l’impeto che ci spinge avanti; è la forza del miglioramento al quale in qualche modo partecipiamo nel tempo, nel luogo e che si consolida nei fatti concreti ottenuti non dagli individui remissivi, inerti, passivi che si accontentano, o che perseguono ed aspirano soprattutto a quei cosiddetti diritti che, una volta acquisiti, sono solo un incentivo per accomodarsi sugli allori; Mover è quella potenza tipica degli irrequieti, inappagabili insoddisfatti, avventurieri che cercano di vedere e di andare oltre i limiti dei propri orizzonti.

L’autore, quindi, spiega pure con una buona dose d’impertinenza, come Mover è  una specie di acceleratore che agisce sui soggetti più ribelli, ma produttivi, creativi, fecondi e più scontenti delle proprie condizioni, con l’ambizione di poter superare ogni meta raggiunta, credendo di poter raggiungere livelli più elevati, di migliorare sempre ed ancora. Perciò, sapendo che il proprio benessere dipende dai risultati concreti e reali che si potranno realizzare, sono più sensibili ai propri doveri che ai diritti. Sono gli autori che si distinguono dagli altri e dalla folla del grande numero di comuni spettatori.

Viviamo nell’incertezza, perciò, non possiamo dare per scontato e molto meno prevedere l’avvenire. Allora, com’è possibile pianificare se dobbiamo essere sempre pronti ad improvvisare?  Aspiriamo al dolce senza l’amaro; ma il primo è la faccia opposta della stessa medaglia. La memoria ci può servire da guida, ma le nostre preferenze sono mutevoli. Ciò che ci attirava ieri lo potremo declinare domani e viceversa. Inoltre, ciò che risulta buono in un dato momento, non dura per sempre; così come ciò che ci sembra buono si forma o si scopre, ma col tempo si esaurisce.

Eppure, il potere politico non ce lo riconosce e crede di farci un favore, offrendoci ogni volta nuove dosi maggiori di diritti, prescrivendoci sempre nuove ricette per renderci più dipendenti. Già, sa benissimo che la maggioranza è costituita dai consumatori di diritti; diritti che si moltiplicano e sono diventati ormai troppi, proprio perché nella misura che aumentano, ci danno l’illusione che diminuiscono i nostri doveri.

Tuttavia, mentre il Capitalismo ci ha resi sempre meno poveri, ci sentiamo sempre più bisognosi. E così, con questo pretesto, lo Stato s’intromette in tutto, anche nelle questioni più private, imponendoci d’ufficio scelte che non chiediamo. Fornisce ogni volta più assistenza, dalla nascita alla morte: un’assistenza sempre più costosa anche se non sempre tutti ne abbiamo bisogno; la vita si allunga ed il conto dei rispettivi costi ingrossa il conto che diventa impagabile. Fra un po’ si lavorerà principalmente per coprire le spese di questa assistenza che non è né efficace e tanto meno gratuita come sembra.

Per nostra fortuna il mondo non ha mai conosciuto un periodo migliore; grazie al capitale umano, la torta e la dimensione delle rispettive fette sono aumentate al punto che oggi anche gli umili dispongono di comodità che i sovrani una volta non avevano. In questo mondo di trasformazioni, molti che erano poveri sono diventati ricchi e non pochi che erano ricchi sono finiti ad integrare le categorie dei poveri. Ciononostante, c’è sempre qualcuno che pretende condannare la ricchezza, ma essa, nella maggior parte dei casi, è il risultato del merito di pochi pervicaci e determinati individui.

E’ il mercato che trasforma la nostra vita; siamo soggetti ai capricci – per dirlo con Ludwig von Mises - dell’ordine spontaneo del mercato che si auto-organizza, procedendo per tentativi, errori e correzioni. Il mercato è la sintesi delle nostre scelte, così come il linguaggio si forma nella spontanea scelta dei termini con i quali preferiamo esprimerci. Possiamo, sì, seguire tendenze, imparando dagli altri; ma nessuno ci può obbligare a consumare beni che non preferiamo o di parlare in un certo modo dettato dall’alto verso il basso. Facciamo le nostre scelte in funzione delle opportunità che sorgono. Impariamo dalle nostre esperienze e ciò che non sappiamo lo impariamo dagli altri e viceversa; tutto deriva dal confronto e dalla conseguente interazione.

Rousseau ci voleva convincere che gli umani, alle origini erano buoni ed altruisti; oggi sappiamo che vero è l’esatto contrario; inizialmente primitivi, grazie al tempo ed all’esperienza ci siamo civilizzati: stiamo diventando sempre migliori; infatti, viviamo in un modo migliore che con il passare degli anni ci perfeziona e ci consente di vivere con maggior consapevolezza e più a lungo, in condizioni sempre superiori: ad ogni giorno che passa, grazie alle tecniche ed alle innovazioni, impariamo sempre di più. Se abbiamo conservato una certa dose di aggressività, non è certo neanche un male; infatti, Silenzi spiega come sia questa che ci incita ed induce all’azione.

Non per niente, non basta sopravvivere e conservare; la realtà è dinamica e dobbiamo andare avanti, evoluire, progredire, senza temere di rischiare; bisogna aver fiducia di poter riuscire, avere il coraggio di fare nuovi passi per lasciare ai posteri un mondo migliore di quello che abbiamo già trovato. A coloro che chiedono non dobbiamo regalare, facendo dell’elemosina, ma mostrare loro il modo di come ottenere. Dobbiamo saper navigare, spiegando le nostre vele a secondo del vento e delle correnti, da affrontare magari anche in senso contrario, usando noi stessi il timone e le tecniche, senza arrenderci all’inerzia, puntando alle nostre mete, senza affidarci a ciò che ci potrebbe guidare dove noi non intendiamo essere condotti.

Ma è necessario agire. Nemmeno la felicità è gratuita; ha un prezzo anche quella. E, secondo me, essa non si realizza, ma la si persegue, ottenendo magari brevi intervalli d’illusione che ben presto si esauriscono appena raggiungiamo un traguardo, mentre ci accingiamo già a conquistarne uno nuovo. Il grande liberale Premio Nobel messicano - Octavio Paz – ne EL OGRO FILANTROPICO (Il Mostro Filantropico), alla domanda quale sarebbe la finalità della vita, risponde che, in fondo, è quella di cercare una finalità; ossia perseguire la felicità con la mente ed i mezzi di cui disponiamo.

Anche le nostre valutazioni cambiano nel tempo e nello spazio; ciò che era prezioso ieri può non esserlo più domani e viceversa; il valore di un bene è dato dal suo contrario, ossia, dal sentimento di non possederlo; esaudito un desiderio, subito ne nasce un altro. Infatti, ciò che otteniamo tende a perdere valore, mentre permane il valore di ciò che desideriamo. Il paradiso altrui, invece può essere il nostro inferno, ma queste valutazioni possono anche invertirsi. L’unica cosa stabile in questa esistenza è il mutamento. Non conosciamo i nostri limiti se prima non li abbiamo messi alla prova.

Abbiamo visto come tutto cambia, perfino la morale non è sempre la stessa che subisce gli effetti del tempo. Infatti, se in antichità i sacrifici umani erano legali, dunque morali, oggi giustamente, qualsiasi sacrificio di essere vivente non solo è illegale, ma contro la nostra stessa morale; oggi, c’è perfino chi si oppone a cibarsi di carne e di pesce. Analogamente, l’omosessualità in passato era punita dalle leggi, perché considerata contraria alla morale allora in vigore. Del resto, possiamo dedurre che la morale non è altro che una convenzione del senso comune nel tempo e nel luogo. Non per niente, oggi l’omosessualità dev’essere accettata anche da chi l’avversa e guai a chi osa discriminarla;  pertanto, chi la pratica, ha più libertà degli altri eterosessuali. Così, da noi siamo giunti al culmine, dove chi si dedica diligentemente con zelo al proprio lavoro, ha meno libertà di chi decide di scioperare. Chi non si dichiara progressista secondo certi criteri, viene tacciato da conservatore e può essere osteggiato.

Oggi, infatti, è di moda definirsi progressisti ed è curioso che così si definiscono proprio i peggiori ed impenitenti conservatori. Fra questi si auto-esaltano come presunti eroi del progresso  e del benessere dell’umanità intera, non solo i collettivisti che vorrebbero rivoluzionare tutto per poi poter conservare e mantenere tutto immutato, con pugno di ferro alla loro deleteria maniera, come appunto suggerisce Albert Camus ne L’UOMO IN RIVOLTA; ma, fra i presunti progressisti si distinguono, in questa contraddittoria pratica, soprattutto quegli ambientalisti che sono, forse, la peggiore espressione fra gli ambigui conservatori; si oppongono all’evoluzione stessa e vorrebbero che si tornasse indietro nel tempo.

Non solo si ostinano ad opporsi contraddittoriamente ai cambiamenti ma, se potessero ci porterebbero indietro, mentre per la stessa legge della natura, non si può evitare non solo di fermare il tempo, ma tutto ci induce ad andare avanti; ed è ciò che noi desideriamo fare. La natura del nostro ambiente non è mai stata la stessa, anzi: le specie subiscono mutazioni, nascono e si estinguono; molte specie si sono estinte da migliaia e milioni di anni, indipendentemente dall’azione umana; altre sono nate dall’evoluzione. La natura stessa è il miglior esempio delle mutazioni. Dove, oggi, abbiamo montagne in altri tempi c’era il mare; nelle più profonde viscere della terra  troviamo il carbone; negli abissi del mare giganteschi laghi di  petrolio, sono le prove che in altre ere le foreste erano altrove. Niente è definitivo; tutto porta alla morte, seguita dalla rigenerazione.

Un esempio inconcepibile di queste contraddizioni lo dimostrano nella loro grottesca difesa dei cosiddetti Popoli tribali che certi antropologi, presunti progressisti si ostinano a farli rimanere tali; selvaggi cacciatori e raccoglitori che vivono seminudi nelle loro foreste – soggetti a malattie e vita primitiva -, da conservare come elementi vetusti di musei viventi, in condizioni antidiluviane del tutto arretrate, rozze, selvatiche ed ignoranti. Questo non è prediligere il progresso ma autentico obsoleto conservatorismo regresso. Ha ragione Michele Silenzi: fermarsi nel tempo, fissarsi ad osservare il presente è come contemplare la luce che ci giunge dalle stelle già ormai estinte. Voler tornare indietro è infinitamente peggiore.

Gli occasionali cosiddetti progressisti di piantone, vorrebbero liberarci dalle necessità, dall’incertezza, dal timore e dalla fame; in assenza di questi mali, una volta esentati da qualsiasi ambizione, bisogno o desiderio, c’è solo un vicolo cieco: il nichilismo. Infatti, sono mali che sono altrettanto degli utili beni, perché sono questi che tengono svegli i nostri sensi; senza questi presunti mali i primitivi sarebbero ancora tali; saremmo ancora fermi all’età della pietra, o forse immobili ai tempi degli stessi primati, che non sarebbero mai scesi dagli alberi per procurarsi del cibo e difese dai pericoli e protezioni dalle intemperie. Perciò possiamo dar ragione alla libertaria Ayn Rand che definisce l‘egoismo una virtù; infatti si tratta di una difesa per la sopravvivenza della specie.

Nelle scuole, questi stessi immaginari progressisti, hanno la pretesa di insegnare ai giovani che siamo tutti uguali, mentre in realtà siamo tutti totalmente diversi. Eppure, è più che evidente che ogni corpo umano od animale è unico, ognuno con il suo cervello e con i suoi neuroni che interagiscono da un lobo all’altro in modo proprio, secondo la chimica che li condiziona nelle più diverse circostanze a seconda dell’effetto provocato dalle diverse emozioni.  Per questo che nelle donne l’istmo che unisce i due lobi è più largo che negli uomini; perché sono loro che hanno inventato il linguaggio, mentre si dedicavano alle altre diverse più numerose funzioni di quante ne praticassero i maschi che in antichità si limitavano a cacciare ed a raccogliere in silenzio.

Non è per caso, quindi, che ogni singolo organismo è costituito da un numero e qualità di cellule differenti. Del resto, mentre guardiamo ad uno stesso orizzonte non vediamo le stesse cose; proprio perché abbiamo sensibilità distinte, sentiamo emozioni singolari uniche e ci comportiamo in modo diverso, reagendo in situazioni similari secondo i nostri speciali istinti; ragione per cui sviluppiamo esperienze specifiche e, pertanto, interpretiamo la realtà in modo del tutto particolare. L’unica uguaglianza giusta e che dovremmo avere in comune è la parità di opportunità. D’altra parte, il grande liberale Premio Nobel Friedrich August von Hayek, una delle menti più brillanti dello scorso secolo, ahimè scarsamente celebrato in Italia, insegna che in circostanze e con mezzi similari è possibile ottenere risultati distinti, mentre in circostanze e con mezzi differenti, è possibile ottenere risultati similari…

Un’altra contraddizione dei cosiddetti progressisti tanto affezionati al potere centralizzato, è che lo Stato corrisponderebbe alla rappresentanza della somma degli individui; invece, questa astratta entità non è altro che l’alleanza fra i politicanti e le loro spesso infernali appendici burocratiche che mirano unicamente ai loro particolari interessi, pensando solo di assicurarsi nelle proprie mani le redini del potere, del tutto indifferenti a ciò che i legittimi cittadini ridotti a meri sudditi, di fatto, hanno diritto di  ambire. Sono i soliti ambigui che abilmente mascherano la realtà e come si apprende da un famoso libertario francese - Frédéric Bastiat -, che oltre un secolo e mezzo fa, già teorizzava la privatizzazione di tutti servizi che oggi sono erogati – malamente – e controllati dal potere politico (dall’educazione, alla sanità, alla sicurezza e perfino della giustizia), ciò che si sta avverando ai nostri giorni, egli ancora oggi è quasi del tutto ignorato nel nostro Paese; ebbene, criticava come i soliti collettivisti di turno, esaltano tutto ciò che può apparire a favore delle loro tesi, ma si guardano bene da non riferirsi a niente che potrebbe contraddirle.

Sempre a proposito dell’uguaglianza, un erudito autore liberale brasiliano  - Roberto Campos – ex seminarista, diceva che se Dio ci avesse voluti uguali, ci avrebbe creati tali; fortunatamente, non lo siamo. I falsi progressisti, sovente si riferiscono ad una immaginaria ed utopica armonia; ma la natura ci insegna, invece, che nella nostra esistenza prevalgono i conflitti. E, ad ogni modo, quell’armonia è piatta, come se questa fosse costituita dall’unisono; eppure, l’insieme dei toni, dei suoni e delle voci, dei pareri totalmente diversi gli uni dagli altri, è che compongono quell’autentica armonia che possiamo definire sinfonia. Ecco come possiamo concludere che l’unanimità, al contrario sia cieca e come l’uniformità monotona.

Altri nostalgici (della promiscuità?) vorrebbero convincerci che le condizioni di vita degli antichi sarebbero state migliori; forse, se accettassimo, quanto ci hanno insegnato i dogmatici, ossia, l’idea della vita terrena come un castigo da espiare, in antichità, le pene da espiare allora – quando la durata, forse non superava la trentina di anni, mentre oggi raggiungiamo come crescente frequenza il secolo -,  le pene da espiare dovevano essere certamente ben più brevi di oggi. Invece, la grandezza dei Popoli migliori dell’antichità era, senza alcun dubbio, inferiore alla grandezza dei moderni. A quei tempi, non disponevano – non dico delle nostre comodità – della ricchezza delle nostre esperienze, ma la conoscenza a cui abbiamo accesso oggi, non si paragona più lontanamente alla limitata conoscenza del passato, quando prevalevano l’ignoranza e le superstizioni.

Eppure, non per coincidenza, dal grande Karl Poppergrande amico di Hayek e Mises – apprendiamo come la conoscenza non ha limiti, mentre la ricerca non si esaurisce; pertanto, non è difficile immaginare che la grandezza delle prossime generazioni sarà ancora superiore alla nostra. Il limite della nostra conoscenza sta nel presente, perché l’avvenire è sempre aperto. Dunque, non sono gli antichi da invidiare ma i nostri posteri delle fortunate generazioni che ci succederanno.

Sempre che non possano imporsi nuovi tiranni capaci di ritardare il progresso, a contribuire all’espansione delle nostre esperienze e conoscenze, si partecipa anche la concorrenza, il confronto. Sono i confronti che ci aiutano a determinare il limite della nostra conoscenza e delle nostre capacità. Il confronto con le capacità e con la conoscenza altrui ci stimola a superare non solo noi stessi ed a paragonare le nostre abilità, ma ci incentiva a misurarci ed equipararci e possibilmente a superare anche le potenzialità degli altri, ciò che costituisce l’embrione della creatività, ossia il seme dell’innovazione da cui fiorisce il progresso; ed il progresso è benessere.

Non esistono verità assolute a cui è possibile giungere, perché la verità assoluta è la somma di tutte le verità relative del passato, del presente e soprattutto dell’inaccessibile avvenire. Il progresso non deriva dall’equilibrio, anzi si genera proprio dai contrasti, dai conflitti, dal confronto, dalla distruzione di paradigmi obsoleti, sostituiti in continuazione da paradigmi nuovi. In conclusione, così come dalla creazione delle armi  letali i Popoli, combattendosi in sanguinose guerre, si sono  sviluppate le più straordinarie innovazioni tecniche, e come l’egoismo in ultima analisi è una virtù, partendo dal principio che anche l’altruismo non è altro che una forma per soddisfare il proprio ego, per Michele Silenzi il disequilibrio, come l’incompiutezza sono altrettanto virtuosi. L’equilibrio perfetto, al contrario, infatti, non è altro che la morte.