PROGRESSO di Johan Norberg (Recensione)

Contro la Penuria, Verso l’ Abbondanza

Questa è una straordinaria opera che smonta il vecchio e stravagante mito del ginevrino Rousseau, la cui tesi voleva che l’uomo nascesse buono e che sarebbe stato corrotto dalla società, per cui in modo più che bizzarro pretendeva esaltare la presunta superiorità morale del buon selvaggio. Oggi sono ancora in pochi a farsi confondere da tale leggenda e la storia ci insegna che da esseri primitivi bestiali, attraverso il lento perfezionamento dell’etica anche la nostra indole è migliorata, tanto da giungere ad un tale sviluppo che, pur non essendo perfetti – perché non lo saremo mai – abbiamo messo insieme tutta una serie di norme che regolano una convivenza certamente più equilibrate di quanto non lo fosse nell’oscuro remoto passato.

Perciò, per entrare nello specifico del nostro tempo, coloro che credono che il mondo oggi sia molto migliore di quanto lo fosse allora, sono rimasti  allibiti dinanzi al successo di quanto scrive un ambiguo economista francese – Thomas Piketty -, secondo il quale, puntando l’indice contro il Capitalismo, sostiene che l’attuale modello economico sarebbe responsabile di generare un numero sempre minore di ricchi a scapito di un numero sempre maggiore di poveri. In altre parole, siamo al solito ritornello della crescente disparità fra ricchi e poveri, sempre sull’onde dell’apocalittica tesi di un altro Thomas – questa volta britannico -, Thomas Malthus
 
Ebbene, per meglio poter comprendere gli errori di certi pretesi profeti pessimisti, è utile ricapitolare i loro imperdonabili equivoci. Infatti, è difficile dimenticare come il paladino del pessimismo, Malthus, con il suo saggio PRINCIPIO SULLA POPOLAZIONE, aveva “profetizzato” che nella misura che l’espansione demografica cresceva in modo esponenziale, le risorse in breve non sarebbero state sufficienti per sostenere in vita tanta gente, al punto che l’umanità avrebbe sofferto una tale penuria che immense moltitudini sarebbero perite per mancanza di alimenti. Per fortuna, il tempo si è incaricato di confutarlo per conto suo. Non per niente, non solo i suoi pronostici non si sono avverati ma, al contrario, la gente si alimenta molto meglio di come si alimentava ai tempi di Malthus, mentre in un numero crescente di Paesi, non solo gli umani affrontano la fame, ma soffrono piuttosto di obesità invece di denutrizione. 
 
Ciononostante, il suo seguace neo-malthusiano americano, l’ambientalista Paul Ehrlich, sembra non aver imparato dalla realtà e sulla stessa scia della presunta futura fatale penuria, continuava a prevedere il disastro prossimo, quando nel 1968 con il suo THE POPULATION BOMB (La Bomba Demografica), annunciava che nel giro di 10-20 anni, l’umanità non avrebbe solo sofferto la scarsità, ma avrebbe dovuto fare i conti con gravi carestie, e che le risorse esistenti si sarebbero presto esaurite; questo, sempre per gli stessi motivi del suo ambiguo maestro. La sua fortuna, però, lo aveva abbandonato quando un giovane economista americano, Julian Simon,  autore di diversi saggi su demografia e rispettive risorse disponibili,  contestava Ehlich fino a sfidarlo con una famosa scommessa, lasciando che Ehrlich stesso scegliesse 5 importanti metalli, il cui prezzo non solo non sarebbe aumentato, ma nel frattempo, si sarebbe ridotto. Da ciò avrebbero dedotto che al posto della scarsità, l’offerta avrebbe superato la richiesta; così, contrariando quelle pessimistiche anticipazioni del futuro, si confermerebbe l’abbondanza; dunque, in totale contraddizione con quelle immaginarie catastrofiche previsioni. Ma su questi stessi preconcetti, arrivano poi anche i fratelli  William  e  Paul Paddock con FAMINE 1975!  in cui mettevano addirittura in dubbio la propria sopravvivenza dell’America…
 
Tuttavia, più realisticamente, nel 1980 Julian Simon pubblica un articolo su Social Science Quarterly che include la seguente frase: “Con quale frequenza un profeta deve sbagliare prima che si smetta di credere che lui o lei sia un vero profeta?”  L’anno successivo, con il saggio THE ULTIMATE RESOURCE, Simon dimostrava ufficialmente di aver avuto ragione, vincendo la scommessa che Ehrlich giustamente aveva dovuto pagare. Ed appunto a tale tema l’ambientalista americano Paul Sabin, più tardi, dedicherà un suo saggio proprio dal titolo THE BET (La Scommessa),  in cui critica l’arroganza di Ehrlich, riconoscendo che anche il presidente Jimmy Carter – noto per le sue sinistre ideologiche inclinazioni ambientaliste – esagerava la dose.
 
Orbene, dopo queste – secondo me – utili digressioni sugli equivoci divulgati dai soliti importanti personaggi storici indottrinati, andiamo finalmente al saggio dell’autore svedese Johan Norberg che nelle sue 250 pagine di PROGRESSO (note comprese), dimostra in modo lampante, che quegli autori tanto corteggiati dalla Sinistra radical chic sbagliavano in modo palese perché, mai la vita degli individui ha cessato di migliorare in continuazione, non avendo mai prima raggiunto un grado talmente elevato di agiatezza ed abbondanza, e ciò, nonostante la Popolazione da metà del 1950 sia fosse raddoppiata, saltando da 2,5 miliardi ed attingere i 5 miliardi di persone nel 1980. E, per dimostrarlo espone i risultati delle sue ricerche nei dieci distinti capitoli in cui analizza i diversi aspetti dello sviluppo, con gli argomenti che seguono.
 
1) ALIMENTAZIONE
Fin dal primo capitolo, l’autore presenta un grafico che mostra come il grado mondiale di carenza di nutrizione, che per la gran parte della maggioranza delle Popolazioni, da Nord a Sud e da Est  ad Ovest, per secoli, se non per millenni, è sempre stata la regola; dal 1945 al 2015 è invece scesa dal 50% a circa il 10%. Ed egli specifica ancora che in Francia, fin dal XVIII secolo, quasi tutte le famiglie spendevano metà delle proprie rendite per l’acquisto dei soli cereali. Del resto, altre fonti narrano come in quel periodo la gente lavorava tutta la settimana per alimentarsi sopratutto di pane, mentre l’abbigliamento era frutto di eredità. Un vago ricordo storico, naturalmente, perché due secoli più tardi in quasi tutto il Pianeta a tavola non mancheranno le proteine.
Vi si apprende, pure, come un primo grande passo avanti nella produttività agricola è stato raggiunto quando nel 1909 il chimico tedesco Fritz Haber prima, poi coadiuvato dal collega Carl Bosch, riuscivano  a mettere a punto la produzione del potente fertilizzante a base di nitrato di ammonio (NH4+NO3), con un processo in contenitori a pressione, metodo che secondo il politologo Vacla Smil costituirebbe l’invenzione tecnica più importante del secolo XX. Vale la pena osservare dati registrati anche da altre fonti, secondo i quali, lo spettacolare progresso produttivo agricolo ottenuto, superava ogni aspettativa in grado di squalificare i grotteschi pronostici di quegli oscuri pessimisti di piantone; infatti, tanto per dare un’idea, sempre in Francia, nel 1962 gli individui attivi nell’agricoltura erano 6 milioni; vent’anni più tardi si erano ridotti a 1,5 milioni; allo stesso tempo, in Italia, il contingente dei coltivatori diretti da 4,6 milioni era sceso a 2,2 milioni di individui, mentre la produzione aumentava in modo spettacolare, senza che l’area destinata alle coltivazioni aumentasse…
 
Inoltre, sempre in questo capitolo, Norberg descrive i successi contemporaneamente fomentati dal grande agronomo Norman Borlag, al quale per i suoi meriti, poi viene riconosciuto il Premio Nobel per la Pace, appunto per i progressi ottenuti con le sue ricerche che miglioravano la vita di miliardi di individui, generando quella che è passata alla storia come la Rivoluzione Verde. Il famoso autore americano Richard Critchfield nel suo saggio VILLAGES (Villaggi), da me stesso già recensito 
gli dedica numerose pagine in cui dettaglia come, inizialmente in Messico, aveva sviluppato semi di cereali resistenti alla siccità, aumentando allo stesso tempo la rispettiva produttività; dopo di ciò, dedicherà, la sua vita insegnando, agli Asiatici ed agli Africani, a produrre di più con minor sforzo, occupando meno spazio, confutando ancora una volta le banali tesi dei pretesi indovini pessimisti appena citati. Tanto per dare un esempio, l’India ed il Pakistan che per il loro consumo di cereali non erano autosufficienti, nonostante la rispettiva nota espansione demografica, erano diventati autosufficienti, producendo sette volte di più di quanto producessero nel 1965.
 
In seguito con la meccanizzazione, il progresso, sarà tale che, 150 anni prima della pubblicazione del saggio di Norberg, per raccogliere una tonnellata di cereali, erano necessari 25 individui che lavoravano tutto il giorno, mentre nel primo decennio de 2000, con il ricorso dell’automazione, un’unico individuo riusciva a farlo in 6 minuti. Non possiamo, dunque, parlare di progresso? Un ulteriore dato che lascerebbe perplesso il povero Malthus è che nel secolo XIX negli Stati Uniti per produrre l’alimento annuale di una famiglia erano necessarie 1.700 ore di lavoro, mentre al momento di scrivere il saggio ne bastavano 260. Del resto, come insegna Popper, “la ricerca non si esaurisce perché la conoscenza non ha fine”. E tutto questo, senza nemmeno aumentare le aree coltivate; e, nonostante l’aumento della Popolazione mondiale, la gente si alimenta meglio e di più, grazie anche all’innovazione delle tecniche di trasporto e di conservazione. E se una volta gli individui erano in prevalenza piccoli e magri, oggi notiamo come in generale, la misura della nuova generazione sia aumentata sia in altezza che larghezza… Norberg, così, mostra una tabella che indica come i drastici tassi di carenza di nutrizione siano diminuiti in tutti i continenti: dati spettacolari se pensiamo alle decine di milioni di individui morti per fame, specialmente sotto i regimi comunisti, di Stalin e di Mao.
2) IGIENE:
La generazione dei nostri giorni non immagina nemmeno cosa possa significare non aver acqua corrente in casa; oltretutto, la si scaldava su focolari a legna con i camini che ogni tanto si incendiavano. A quei tempi, chi si considerava pulito faceva il bagno in una vasca, il sabato; ma solo le persone di un certo livello; tanto è vero che l’autore fa notare che si diceva come la regina Elisabetta I d’Inghilterra, facesse il bagno una volta al mese… Per le proprie necessità fisiologiche, invece, la gente comune, conserva i vasi, tenuti sotto il letto che, poi, si vuotavano in un secchio da scaricare fuori casa; oppure, usciva di casa dove si trovavano le latrine in compagnia di mosche ed altro. L’acqua sporca con cui si erano lavati piatti, stoviglie eccetera, generalmente, si scaricava per strada, magari versata da un balcone; pratiche che oggi si possono notare solo nei luoghi più sottosviluppati al mondo. Da notare che i contadini altoatesini ancora negli anni ’60 non lavavano i cucchiai, si pulivano con la lingua ed erano appesi ad una parete dell’accogliente Stube (dove si pranzava e si cenava). Norberg descrive com nelle metropoli, nel 1900, per il trasporto urbano si usavano i cavalli ed a New York le strade erano tappezzate da 1.200 tonnellate di sterco, dove 230 mila litri di urina  contribuivano ad impestare la città di un tanfo insopportabile. Allora, ovunque, tutti gli scarichi finivano puntualmente nei fiumi.
 
Quando studiavo a Londra – 1963/64 -, il Tamigi era talmente inquinato che non c’erano nemmeno più pesci. Il riscaldamento in casa ci si riscaldava essenzialmente con caminetti a legna o con le stufe a carbone e scaldini elettrici; lo stesso carbone era basicamente la risorsa principale per generare elettricità. Ricordo come, in pieno giorno, uscendo per strada con la nebbia talmente fitta che non si riusciva a vedere le proprie scarpe e quando ed al rientro, i volti erano imbrattati di goccioline fuligginose. Ormai, da anni, nel Tamigi si può tornare a pescare e la nebbia non è più la stessa, mentre  con le  severe restrizioni del traffico, l’aria è decisamente molto più pulita.
 
In Africa, di cui posso parlare, avendovi lavorato come guida, dove, nonostante tutto con la crescita dei centri urbani una certa vitalità agita l’economia, ma il progresso prosegue a marcia lenta e stenta ad imporsi, principalmente per via di governi corrotti, ambiguamente sostenuti dagli aiuti occidentali che, invece di essere applicati nello sviluppo, i sussidi si sprecano in lusso dei governanti che impediscono una crescita economica più produttiva. Questo serissimo aspetto è trattato dall’esimia economista africana Dambisa Moyo  nel suo saggio LA CARITÀ CHE UCCIDE – da me recensito
http://www.liberalismowhig.com/2012/02/15/solidarieta-e-concorrenza-sleale/
infatti, se l’Occidente agisse diversamente, senza ostinarsi con tanto protezionismo, praticando una concorrenza sleale nei confronti di questi Popoli, anche il continente africano potrebbe superare il ritardo nei confronti dell’Occidente e dell’Asia. Se agli Africani fossero date le opportunità attraverso l’iniziativa privata, che hanno avuto gli Europei e gli Asiatici, grazie anche agli investimenti americani – come il Piano Marshall per la ricostruzione ecc. –  oggi, starebbero certamente meglio. Ciononostante, pure da quelle parti, anche se non soprattutto, dal punto di vista igienico, le condizioni di vita sono enormemente migliorate; inoltre, anche quello stesso cannibalismo – del buon selvaggio – è ormai praticamente estinto.  
3) ASPETTATIVA DI VITA:
Questo capitolo inizia, osservando come ai primordi dell’umanità, tutto era precario, non solo l’alimentazione, l’igiene, ma soprattutto la salute e la regola era caratterizzata da morte prematura per parti e malattie prive di cure. Allora, la longevità media non arrivava a quarant’anni. Infatti, la gente moriva giovanissima: spesso non sopravviveva alla nascita. Gli ambienti promiscui in cui gli umani vivevano erano tuguri primitivi – si pensi ai Sassi di Matera, dove i valori erano condivisi con gli animali. Dopo aver abbandonato le grotte, la gente che sopravviveva, abitando in capanne insalubri dove pullulavano gli insetti, dormendo sul suolo di terra battuta, come gli animali; senza parlare delle condizioni igieniche cagionevoli… Infatti, la tabella statistica di Norberg con il grafico della longevità media, indica che nel 1770 non si arrivava a trent’anni, mentre un secolo più tardi si supera quella soglia per arrivare oltre i settant’anni nel 2010.
 
La salute era altrettanto minacciata perché non esistevano medicinali, e l’autore precisa che non c’è bisogno di retrocedere troppo quando si ricorreva piuttosto alle sanguisughe. Ora sappiamo che la medicina ha fatto più progressi nel secolo XX che nei 10 mila anni precedenti; e negli ultimi due decenni ha fatto altrettanti passi avanti. Allora, molte ferite si infettavano e non erano curate, così, si ricorreva alle amputazioni, spesso praticate senza alcuna anestesia, né con l’igiene necessaria. Molte malattie erano trasmesse direttamente dagli stessi medici; infatti, l’ostetrico ungherese Ignaz Semmelweis si era accorto che nei parti realizzati da medici, l’incidenza della trasmissione della sepsi puerperale era più frequente che nei parti eseguiti dalle ostetriche; così, si era intuito che fra una visita ad un paziente all’altro, i medici si dovevano lavare le mani. Con la modernità, non si sterilizzano nemmeno più gli aghi e le siringhe di vetro, in pentolini nell’acqua in ebollizione, come faceva mio padre: si usano aghi e siringhe a monouso…
 
Norberg spiega come e perché durante la maggior parte della storia del passato, i genitori seppellivano i loro genitori, mentre, da qualche anno, sono gli stessi figli che vanno ai funerali dei propri genitori. Infatti, nell’antica Grecia e Roma imperiale l’aspettativa di vita girava fra 17 e 25 anni. Durante il Medio Evo, nel Regno Unito fra 17 e 35 anni.  Perfino nella Svezia dell’autore, all’inizio de XIX secolo, da 30% a 40% dei bambini morivano prima di completare il quinto anno. Nei primi decenni del 1800 in Europa Occidentale la vita media era di 33 anni ed in quasi tutti i Paesi del mondo era raro superare i 40.
 
Durante millenni l’umanità ha sempre subito impotente deleterie conseguenze di ondate epidemiche che sterminavano villaggi ed agglomerati. La peste decimava regioni intere; i lebbrosi erano cacciati ed abbandonati al proprio triste destino o isolati lontano. Il vaiolo, sconosciuto nel Nuovo Mondo, con l’arrivo degli Europei, ha quasi estinto grande parte degli autoctoni, mentre, alla fine del XVIII secolo, il naturalista britannico Edward Jenner, aveva notato come le donne che avevano contratto il vaiolo bovino, resistevano anche a quello umano; così, intuiva il processo della prevenzione, inoculando piccole dosi di vaiolo prelevato dalle vacche, scoprendo l’azione degli anticorpi, da cui il nome del metodo della vaccinazione. E proprio in seguito alle vaccinazioni sistematiche contro tutta una serie di mali contagiosi, insieme alle nuove tecniche, le nuove analisi, i nuovi apparecchi che permettono diagnosi in modalità sempre più precisi ed in tempi ogni volta più brevi, s’è ridotta la mortalità specialmente infantile, allungando la vita degli adulti in modo che due secoli fa nessuno avrebbe mai potuto immaginare. E, malgrado l’aumentata longevità e l’espansione demografica, la stragrande maggioranza vive infinitamente meglio di quanto vivessero solo qualche secolo fa gli stessi più potenti sovrani.
Poi, grazie all’intuizione di Alexander Fleming che, per puro caso, nelle sue ricerche, dopo aver lasciato delle coltivazioni di batteri per un certo periodo, aveva notato che la muffa ne aveva inibito lo sviluppo: scopriva la penicillina che salverà milioni di vite. Con il tempo, sono arrivati gli antibiotici in grado di combattere la maggioranza delle malattie ed infezioni. La malaria che una volta era diffusa un po’ ovunque, ormai resiste solo dove gli oltremodo deleteri pregiudizi – per non parlare di opportunistiche macchinazioni – nei confronti di quello che è risultato l’efficientissimo antidoto del DDT, hanno impedito l’applicazione per definitivamente debellarla proprio nei Paesi più poveri.
Ma anche le condizioni di lavoro sono enormemente migliorate; ormai, ci si espone molto meno a pericoli, disagi, fatiche, ad operazioni ripetitive o ad orari scomodi o prolungati; alla gente resta più tempo libero; e tutto ciò, insieme l’aumento delle comodità, ha contribuito a rendere la vita della grande maggioranza degli individui, più lunga e facile, mentre il lavoro infantile, è praticamente estinto. E parallelamente, almeno nei Paesi sviluppati, la gioventù ha potuto frequentare di più le scuole ed anche questo ha permesso agli umani di perfezionare la propria condizione, elevando la consapevolezza; così, dispongono di più tempo da dedicare al divertimento, alla allo sport, alla cultura ecc. 
4) POVERTÀ:
L’autore inizia il capitolo, ricordando che la qualifica di povertà, è relativa; infatti, a suo tempo, in Francia coloro che potevano acquistare il pane per un ulteriore giorno, non erano poveri… I tempi sono decisamente cambiati ed ormai i poveri del mondo occidentale, paragonati agli indigenti del terzo mondo possono benissimo passare per ricchi. Quando gente come papa Bergoglio si esibisce con la solita nuova “vulgata”, secondo la quale i ricchi starebbero arricchendosi sempre di più, mentre i poveri diverrebbero sempre più poveri, inciampa pure lui – com’è di sua abitudine – ogni volta che si avventura in discorsi di economia, di politica, di lavoro, del denaro – sterco del demonio… –  o di ambientalismo, com’è pratica comune della solita narrativa di sinistri mancini indottrinati. Per questo, sul tema, forse, è anche utile ricordare un altro ottimo saggio, quello del sociologo Paul Collier, L’ULTIMO MILIARDO, in cui descrive che degli attuali 7 miliardi di individui, solo 1 miliardo non partecipa ancora del benessere del progresso e ne spiega bene le ragioni che possono essere verificate dalla mia stessa recensione 
http://www.liberalismowhig.com/2016/07/02/scarsita-od-abbondanza/
Infatti, le ragioni sono più che note e colpiscono principalmente quelle Popolazioni dove l’iniziativa privata non sono non è stimolata, ma, al contrario, è ostacolata impedita di generare ricchezza da distribuire.
 
D’altra parte, è pur vero che le risorse naturali sono limitate, com’è anche vero che la maggior parte dell’estensione del pianeta – coperta dai mari che nascondono risorse sconosciute – rimane inesplorata; tuttavia, non sono le risorse naturali che costituiscono la ricchezza dei Popoli, bensì il capitale umano, con il quale si trasformano tali risorse in generi sempre più utili e meglio sfruttati. Quindi, credo altrettanto opportuno osservare che la ricchezza, contrariamente a quanto sostengono i collettivisti, non è costituita da una specie di torta per cui chi ha più, o fette più grandi le possiede a scapito di chi non ne ha o se le fette sono più piccole, proprio perché il  capitale umano agisce come il lievito che fa aumentare la dimensione della cosiddetta torta grazie all’azione umana. E per meglio capire tale processo, consiglio la lettura del saggio dell’economista peruviano Hernando de Soto – IL MISTERO DEL CAPITALE –, ugualmente, da me recensito. Egli spiega come partendo da niente, grazie alle opportunità, individui riescono a produrre ricchezza a prescindere dalle scarse risorse a cui hanno accesso:
http://www.liberalismowhig.com/2014/06/28/valore-e-capitale-umano/
infatti, vi si conferma che la ricchezza non è finita, ma cresce o diminuisce a seconda delle occasioni che gli agenti hanno di trasformarla. La povertà, per questo, si concentra principalmente là dove le opportunità sono ridotte; ossia, nei Paesi a società chiusa e corrotti, mentre la ricchezza prospera nelle società aperte e libere. 
 
Ma per tornare a Norberg, il quale, descrive come in antichità era la miseria che prevaleva e mostra un eloquente quadro grafico in cui le linee del grado di povertà nel 1820 riguardava circa il 95% della Popolazione mondiale, mentre nel 2015 il grado è sceso al di sotto del 10%. Inoltre, fino ai primi decenni del XIX secolo solo 5 % della Popolazione era considerata davvero povera, quando nel 2015 oltre 90% della Popolazione non lo era più; e come abbiamo visto, la povertà del XXI secolo è ben differente di quella che esisteva due secoli prima, quando in piena Europa si dormiva ancora sulla paglia… Fra gli anni 1950-’60 La Corea del Sud era era una delle zone più depresse al mondo e solo 20 anni più tardi si preparava a diventare una potenza economica. Progresso analogo si è riscontrato in Giappone, Hong Kong, Taiwan, Singapore, ovvero, dove l’iniziativa privata ha potuto agire in quello che è il circolo virtuoso della libertà. Del resto, basta considerare l’evoluzione che si è prodotta attraverso il cambio di regime economico in Cina dove fino al 1981 circa nove Cinesi su dieci vivevano in estrema povertà; nel frattempo, è diventata la seconda potenza economica al mondo. Anche in India fino ai tempi della socialista di Indira Gandhi regnava il sottosviluppo; la stragrande maggioranza degli abitanti viveva in un deprecabile stato di miseria, dal quale si sta sollevando a passa accelerati con le riforme liberalizzanti  del mercato più aperto. Così, dal 1985 al 2015 in Asia la povertà estrema si è ridotta dal 54% al 12%; nell’Asia Orientale e nel Pacifico da un apice di 81% si è abbassata a 4%. Dati similari si riscontrano nell’America Latina, mentre si mantengono ancora elevati (35%) nell’Africa Subsaariana.
5) VIOLENZA
Contrariamente a ciò che in genere si dica, oggi, in virtù dei conflitti che si svolgono in diversi Paesi e continenti, in comparazione al passato, il grado di violenza è molto diminuito; infatti, le guerre sono sempre esistite ed in proporzione moriva più gente allora che oggi; poi, a confitti conclusi, i prigionieri erano trasformati in schiavi. Spesso, i nemici si mutilavano; alle vittime si potevano strappare il cuore, le viscere, lo scalpo ed il rispettivo teschio poteva servire da trofeo. Sulla base dei ritrovamenti archeologici, considerate le proporzioni, il periodo di maggior violenza dell’umanità, dovrebbe essere stato ai tempi dei raccoglitori e dei primi coltivatori, contrariando le romantiche tesi di Rousseau
 
Norberg, parte già dalle narrazioni bibliche, passando per la letteratura greca,  romana eccetera, spiega come in antichità, le guerre e la violenza erano lo stato naturale dell’umanità. Egli mostra pure un grafico che parte dal XIII secolo in cui si indica il tasso di omicidi in Europa per ogni 100.000 individui era di 30, salendo a 40 nel 1400. Si calcola, inoltre che le invasioni dei Mongoli abbiano generato qualcosa come 40 milioni di morti, questo quando il totale degli abitanti del Pianeta erano di circa 500 milioni. Dal XV secolo in poi la violenza diminuisce gradativamente fino al 2000 quando il tasso ogni 100.000 abitanti, arriva a quasi zero. 
Particolarmente violenti sono stati i secoli in cui la Chiesa perseguitava gli eretici, i pochi intellettuali e la sola Inquisizione spagnola avrebbe fatto circa 350.000 vittime, mentre la caccia alle streghe nella sola Francia avrebbe eliminato fra 60-100.000 donne ed il grado di violenza, come si sa, comportava strazianti torture ed uccisioni di gente viva sui roghi, spesso in piazze pubbliche. Erano tutte pratiche crudeli che in un’epoca in cui si puniscono i maltrattamenti degli animali, difficilmente potremmo concepire.
Infatti, a partire dal momento che la gente imparerà a leggere, quindi con l’aumento della coscientizzazione, iniziando lo sviluppo dell’individualismo morale, con la diffusione dell’alfabetizzazione – con la traduzione delle Sacre Scritture – con il protestantesimo e l’illuminismo il confronto verbale comincia a sostituire il confronto armato. Quando si arriverà al XX secolo, scoppiano i grandi conflitti mondiali con moderne armi da fuoco che uccidono milioni di vittime, ma la peggiore espressione della violenza lo produce il cinismo dei regimi totalitari, del Nazismo di Hitler e peggio ancora del Comunismo nell’Unione Sovietica di Stalin, neella Cina di Mao Zedong, di Pol Pot ed in grado minore nelle carceri cubane di Fidel Castro; ciononostante, tenendo in conto il numero degli abitante sulla Terra, in proporzione, la violenza sarà molto inferiore paragonata ai peggiori momenti del passato.
6) CONDIZIONI AMBIENTALI:
Oggi, tutta una serie di ambientalisti, vorrebbe convincere i meno attenti che mai come oggi l’azione umana avrebbe inquinato l’ambiente in cui si vive. Evidentemente, sono condizionati da tutta una serie di contraddizioni di una retorica di militanti, dovute, in parte, a falsità ideologiche, ma anche alla totale mancanza di conoscenza storica.
Norberg non fa riferimento alla ricca letteratura di scienziati onesti che hanno analizzato e commentato i cambiamenti climatici che si sono susseguiti nel corso di millenni, come hanno fatto, per esempio, l’ex presidente ceco Klaus Vaclav  con il suo straordinario saggio PIANETA BLU NON VERDE da me recensito 
http://www.liberalismowhig.com/2014/12/29/dati-concreti-contro-dottrinaria-retorica/
oppure Roy W. Spencer ricercatore della NASA con il suo saggio CLIMATE CONFUSION   che denuncia la bizzarra isteria che alimenta una pessima diffusione fantascienza, molto utile ai politicanti ad alle ONG che ci lucrano sopra:
https://www.ibs.it/climate-confusion-how-global-warming-libro-inglese-roy-w-spencer/e/9781594033452
oltre ai climatologi S. Fred Singer e Dennis T. Avery autori di UNSTOPPABLE GLOBAL WARMING  (Incessante Riscaldamento Globale) che riportano come tutta una serie di studi realizzati ricercatori premurosi hanno potuto analizzare “candele” di ghiaccio e di remoti depositi di sedimentazioni ecc., prelevati ai poli Nord e Sud, come in antichi laghi e sui fondali marini rimasti intaccati addirittura durante milioni di anni. Ebbene, da tali composizioni fisiche e chimiche si scoprono le variazioni climatiche nel tempo e la ripetizione di cicli che si riproducono ogni circa 1500 anni, in cui si produce una prima fase di variazioni verso l’alto delle temperature medie  – riscaldamento globale che attraversiamo attualmente – seguita da un’epoca di clima molto al di sotto della media. Ciò dimostra chiaramente che l’incessante cambiamento climatico avvenuto in epoche oltremodo lontane dall’inizio dell’industrializzazione, per cui il cambiamento non è affatto dovuto all’opera umana e molto meno al Capitalismo, ma a tutta una serie di circostanze, fra le quali anche l’attività delle macchie solari ecc.
Ebbene, Norman, però, fornisce tutta una serie di dati storici che dimostrano come, negli ultimi i decenni, l’ambiente nei distinti centri urbani è decisamente migliorato. Ho già accennato alla sporcizia che in passato si accumulava nelle grandi città; l’aria era inquinata dalla combustione di legna per cucinare e per riscaldarsi con il carbone e così via; infatti, l’autore in uno dei suoi soliti grafici espone come nel Regno Unito l’inquinamento formato da sei elementi più contaminanti dal 1970 da quota 100 nel 2015 è sceso a quota 35. 
 
Dopo lo sfascio dell’Unione Sovietica e dei suoi satelliti, ora abbiamo anche i dati del gravissimo inquinamento che si produceva nell’allora dietro la Cortina di Ferro che non ha più avuto pari, se non nella Cina del recente gigantesco sviluppo industriale, della nuova economia di mercato, soprattutto per causa della generazione di energia termo elettrica basata sul carbone; tuttavia, oggi, anche in Cina, è già iniziato un severo controllo ambientale. Lo stesso vale per l’India, dove nelle zone urbane, la circolazione dei rickshaw a motore a scoppio a due tempi, rendeva l’aria irrespirabile, mentre le vacche circolavano in pieno centro, spargendo liberamente sterco per le strade pubbliche che le donne raccoglievano per la combustione nelle loro primitive cucine; nel frattempo i rickshaw sono mossi da motori a metano e di vacche nei centri se ne vedono sempre meno. 
 
Non per niente, egli spiega, che quanto più ricchi i Paesi più si preoccupano con la riduzione dell’inquinamento; in molte città nei centri il traffico è sempre più limitato ai pedoni od alle biciclette, mentre per i rifiuti si fa la raccolta differenziata, potendo riciclare diversi materiali.  Anche lo stesso traffico automobilistico è sempre più pulito, non solo i veicoli arrivano più lontano consumando meno, ma anche il loro potenziale inquinante si è molto ridotto e fra qualche anno, la maggior parte dei veicoli saranno mossi da motori elettrici, grazie anche alle recentissime invenzioni di efficienti quanto potenti rivoluzionarie batterie che in breve potranno essere prodotte industrialmente.
 
Finalmente, nella maggiorate dei Paesi si diffonde sempre di più, da una parte la depurazione degli scarichi industriali, con il riciclo tanto dell’acqua come delle materie prime che compongono i nostri consumi, mentre dai rifiuti organici si ottiene biogas; ed in molti Paesi si ampliano anche le aree verdi; zone che una volta erano praticamente povere di vegetazione e prive di alberi perché la gente si avvaleva della per uso domestico, mentre vastissime zone semi deserte tornano a coprirsi di vegetazione sempre più alta che poi si alimenta del tanto discriminato CO2 il quale, in ultima analisi, è parte del nostro stesso organismo…
 
Sul piano dell’energia, oltre ad essere sfruttata in modo sempre più razionale la si produce anche in maniera più pulita. Ma, nel frattempo, in tutto il mondo, decine di migliaia di ingegneri e scienziati studiano nuove tecnologie per automatizzare operazioni in tutti i campi, riducendo i consumi energetici, anche per produrre elettrodomestici più “intelligenti”. A poco a poco si stanno sfruttando anche le risorse energetiche naturali rinnovabili: eolica, solare, bio-termica recuperando parte dell’energia utilizzata negli scambiatori di temperatura e con la cogenerazione ed a costi sempre più ridotti. Inoltre, si sta mettendo a punto l’energia nucleare di quarta generazione del progetto TerraPower, più sicura e pulita con uranio impoverito che – si dice – potrebbe assicurare energia per l’umanità per i prossimi mille anni; parallelamente, siamo vicini a risolvere pure i problemi di sicurezza che coinvolgono lo sfruttamento energetico dell’inesauribile idrogeno. Ed intanto, nel caso  dell’illuminazione, abbiamo ridotto il consumo, sia privato che pubblico, da quando si è affermata la tecnologia a LED che permette un risparmio di oltre 90% sulle lampade incandescenti, ormai obsolete. Pertanto, i pessimisti possono aspettare ancora, perché la scarsità delle risorse – carbone e petrolio compresi -, tanto ventilata da parte dei soliti detrattori del modelo economico consumista, e quindi dello sviluppo, viene in modo puntuale e palese decisamente sconfessata.  
 
Rimangono, purtroppo, è vero, le sacche dei Paesi più poveri, dove, sempre in seguito a politiche economiche utopiche, di governanti incompetenti, impreparati o corrotti, o ideologicamente orientati, adottano modelli ostili al libero mercato, in modo che le nuove tecnologie che dipendono da investimenti adeguati, non raggiungono certe aree sottosviluppate; ma ciò avviene in zone sempre più isolate, principalmente in Paesi di una parte dell’Africa, anche se pure il quel continente un certo progresso è evidente, seppur più lento e meno diffuso.  
7) ALFABETIZZAZIONE:
Il declino dell’analfabetismo è ancore più evidente di qualsiasi altro sviluppo, ed è secondo, seguendo l’evoluzione biologica che ci ha fatto camminare su due gambe, liberando i nostri arti superiori per aiutarci a usare utensili; perciò, mi permetto di fare una breve premessa: la trasmissione scritta è la chiave di tutto il progresso intellettuale umano che ha aperto le strade alla comunicazione, permettendo di registrare la conoscenza delle nuove scoperte e di trasmetterle ai successori anche di Popoli distanti. La sua importanza è smisurata perché, come giustamente dice Norberg, l’abilità di leggere e di scrivere è quella che ci permette di sviluppare nuove abilità. Così, gli umani nascono, ignoranti e con la scrittura e la lettura si liberano della propria inconsapevolezza.
Si pensi che prima della traduzione della Bibbia da parte di Lutero, l’abilità di leggere e di scrivere era limitata ad un ridottissimo numero di persone; se non fosse per il Popolo del Libro – gli Ebrei che per religione dovevano leggere – la in Occidente, la lettura era tabù; infatti, la nostra Chiesa, non solo proibiva ai profani di imparare l’arte, ma il semplice possesso di libri poteva essere punita con la condanna al rogo. Fortunatamente, un rude sacerdote agostiniano tedesco – Martin Lutero – figlio di contadini, visitando Roma, aveva subito capito che fra ciò che aveva letto, ossia quello che era dunque scritto, e ciò che si praticava nella cosiddetta città eterna c’erano troppe incoerenze e contraddizioni. Perciò, rientrato in Germania aveva deciso di ribellarsi a alle consuetudini romane che considerava trasgressive e dopo aver tradotto la Bibbia, affinché la gente capisse nella propria lingua il significato delle Sacre Scritture, indifferente alle  minacce di Roma, è nasceva il Protestantesimo che difendeva la conquista del “paradiso” non tanto attraverso la preghiera che non è altro che l’appendice della militanza (che in fondo nutriva solo un’inconsapevole superstizione), ma doveva insegnare a capire che il “paradiso” doveva essere conquistato soprattutto per merito del proprio operato.
 
Conseguentemente, sempre in Germania, si sviluppava anche una tecnica già nota in Cina quattrocento anni prima, quella dei caratteri mobili perfezionata da Gutenbeg, dando inizio alla gigantesca rivoluzione culturale, grazie alla quale i libri non erano più riprodotti a mano, ma potevano essere stampati  e ripetutamente riprodotti in serie meccanicamente, ciò che renderà la letteratura accessibile ad un numero sempre più vasto. Così, grazie a quella rivoluzionaria innovazione, il mondo non sarà mai più lo stesso e con il passare dei secoli, siamo giunti al punto che praticamente tutta la letteratura, tutta la conoscenza la si può portare in tasca accessibile attraverso il telefonino cellulare.
 
Orbene, Norberg, mostra ancora un altro grafico che indica la percentuale decrescente dell’analfabetismo nel mondo che nel 1820 era prossima al 90%, dunque, non più del 12% della Popolazione mondiale sapeva leggere e scrivere; tuttavia, nel 2010 l’analfabetismo nel mondo si era già ridotto a poco più del 10%; pertanto, sembrerebbe piuttosto difficile negare che nel giro di meno di due secoli si sia prodotto anche uno straordinario incontestabile progresso culturale.
 
Infatti, si pensi solo che mentre nel Regno Unito  nel 1870 era già obbligatorio frequentare la scuola, con il risultato che allora erano numerosissimi quelli che sapevano leggere e scrivere, quindi, una buona parte della Popolazione era già alfabetizzata, mentre in Italia ancora nel 1871 75% degli Italiani erano analfabeti, con estremi del 90% nel Meridione, che era un valore molto prossimo a quello esistente nell’Asia Meridionale, nell’Oriente Medio e nell’Africa Sub-saariana, dove l’abilità di leggere e scrivere era ristretta alle dominanti classi religiose, della burocrazia e dei mercanti. Ed ancora nel 1970 praticamente la metà della Popolazione nei Paesi in via di sviluppo era Analfabeta. 
Se vogliamo prendere un esempio di forte progresso nell’alfabetizzazione, si può puntare il dito sulla Corea del Sud che oggi è uno dei Paesi industrializzati e più sviluppati al mondo, quando ancora nel 1960 era in assoluto fra i più poveri. Da notare, poi, che fra le persone che hanno goduto il più elevato tasso di sviluppo in questo campo, sono proprio le bambine. Non c’è, dunque, da meravigliarsi se oggi il monopolio della letteratura che per millenni era degli uomini, è ormai solo un ricordo; infatti, in tutto il mondo, non si contano più le tante scrittrici di successo; del resto, non è sorprendente e dovremmo considerarlo un fatto del tutto naturale, se si pensa che lo stesso linguaggio era stato inventato proprio dalle donne, per cui la loro conformazione del  cervello si distingue da quella dell’uomo: l’istmo che è il ponte che unisce i due lobi, nelle donne, è più largo che nei maschi, ciò che conferisce loro una maggiore versatilità anche nel linguaggio.
In fine, anche se Norberg non ne accenna, mi pare opportuno menzionare una nota meno positiva ed oltremodo preoccupante; infatti, il pericolo va segnalato perché da qualche anno in qua, soprattutto i governi guidati da collettivisti dichiarati e da socialisti non ortodossi, si trama una specie di rivoluzione culturale ideologica; ovvero, seguendo le oscure raccomandazioni di Lenin, di Gramsci e dei marxisti della Scuola di Francoforte, mirano alla  modifica ed intendono condizionano l’insegnamento fin dall’infanzia; mirano a cambiamenti della mentalità – secondo noi -, con gravi ripercussioni degenerative. Il tutto, in una specie di cospirazione, con la perversa complicità dell’UNESCO, con cui intendono mettere in pratica una forzatura prettamente teorica, della loro ideologia per trasformare concetti morali consolidati nel tempo nell’ambito della famiglia, da sostituire con pensiero dottrinario unico dettato dal potere collettivista. È una trasformazione che disvia da un sistema d’insegnamento cognitivo, tramite manipolazioni psicologiche, con la finalità di modificare i paradigmi etici e addirittura l’interpretazione di significati che regolano l’attuale concezione morale, a scapito della cultura e della conoscenza propriamente detta. Ed a questo proposito servono le esposizioni fornite da  Pascal Bernardin  nel suo saggio MACHIAVEL PEDAGOGIQUE 
https://aphadolie.com/2017/06/25/lenseignement-au-service-du-mondialisme-pascal-bernardin/
Tuttavia, per nostra immensa fortuna, la modernità, rende gli individui abbastanza indipendenti, potendosi avvalere delle più ampie fonti d’informazione, anche attraverso i motori di Internet per verificare se quanto i maliziosi teorici pretendono propinare con l’intuito di indottrinarli e trasformarli in ingenui inconsapevoli militanti.
8) LIBERTÀ
Quello della libertà è un altro importante aspetto dell’incontestabile progresso raggiunto negli ultimi secoli; infatti, basta considerare la schiavitù propriamente detta. Ed ancora una volta, l’autore, mostra un utile grafico che riproduce il numero di paesi dove la schiavitù era legalizzata: 60 Paesi nel 1800 e zero nel 2010. Tuttavia, anche la definizione di schiavitù può essere interpretata in chiave moderna, non per niente, nei casi in cui il cittadino è ridotto a semplice suddito da un regime che agisce da sovrano assoluto con arbitrari poteri sulla vita privata di individui, possiamo ancora parlare di schiavitù. È il caso di Paesi dove la gente non è nemmeno libera di lavorare per il proprio tornaconto o non riconosco il legittimo diritto diritto naturale alle proprie scelte, fra cui la lecita dissidenza; in tal caso si può considerare schiava di un dispotico potere. Norberg non lo scrive, ma è noto come il regime di Cuba mantiene una specie di esercito di medici da “esportazione” inviati a Paesi presieduti da governati “amici” conniventi – in Brasile, durante le presidenze di Lula e Dilma  ne avevano ceduti circa 3.000 -, contro pagamento di circa 3.000 Dollari americani al mese, destinando però agli stessi professionisti non più di un terzo. Se non bastasse, erano sorvegliati ed accompagnati da ispettori che ne vigilano i movimenti, non potendo mantenere incontri privati o rapporti con la Popolazione, fuori dall’ambito professionale. Inoltre, non era permesso loro di parlare di politica o dare interviste ai media senza esplicita autorizzazione, ecc. Ma non è tutto: per evitare che si rendessero indipendenti, fuggendo o chiedendo asilo politico, il regime si munisce, trattenendo i rispettivi cari – consorti, figli o genitori – come ostaggi a Cuba. Del resto, nella stessa Cuba, la gente non deve mantenere rapporti particolari con i turisti visitanti senza destare sospetti, come non possono frequentare le spiagge riservate agli stranieri… oltretutto, ai Cubani non è nemmeno concesso di spostarsi liberamente, dalla sede del proprio domicilio, senza il dovuto permesso. Pertanto, sì, condizione di questa natura, non possono essere qualificata altro che un’equivoca forma di schiavitù, e mi chiedo come altro la si possa definire?
 
Tuttavia, tali opprimenti forme di restrizioni, ormai sono eccezioni rare, perfino in Russia ed in Cina, grazie a nuovi modelli economici, non hanno resistito. In generale, il mondo si è liberato da quelle catene, mentre in antichità coercizione e soggezione erano di norma e chi ne aveva i mezzi poteva acquistare schiavi che di solito erano stati fatti prigionieri nelle battaglie. Famose sono le narrazioni sulla schiavitù degli Ebrei, dall’Egitto alla deportazione da parte del babilonese Nabucondosonor. Nella Grecia antica, la condizione di schiavo era del tutto naturale e gli schiavi non erano considerati cittadini nemmeno da Platone. Analogamente, gli antichi Romani mantenevano schiavi come servi, come amanti, come minatori e perfino come gladiatori che si affrontavano negli stadi fino alla morte, per il cinico diletto dei cittadini. Spesso lottavano contro le belve e sovente, uscendo vittoriosi o riuscendo a sopravvivere, potevano anche ottenere la loro libertà. Al tema l’autore ungherese Arthur Koestler ha dedicato il celebre romanzo , appunto, intitolato I GLADIATORI anche da me recensito:  
http://www.liberalismowhig.com/2015/02/11/schiavitu-e-tirannia/
Poi più avanti, mentre i mercanti potevano circolare liberamente da un Paese all’altro senza passaporto, la pratica dell’umiliante schiavitù ha assunto una dimensione – si potrebbe dire – mondiale, portata tragicamente a termine soprattutto da noi Europei; ed il continente che più ha sofferto tale vergognosa tratta, è sempre stata l’Africa, prima sotto gli Arabi, seguiti dai colonizzatori occidentali, Olandesi, Portoghesi, Inglesi, Spagnoli  con imbarcazioni appositamente adibite ecc. La povera gente veniva acquistata da trafficanti o capi tribù che a loro volta li rapivano nei villaggi,  per essere trasportati incatenati nelle stive. Per questo, molti genitori segnavano con profonde incisioni i visi dei figli perché quelle cicatrici, oltre a renderli riconoscibili, ne deprezzavano il valore. Molti in viaggio soprattutto verso le Americhe morivano incatenati nelle fetenti stive; arrivavano nelle Americhe dove dovevano lavorare nelle piantagioni, o nelle miniere, sovente in condizioni più che precarie. Quando erano fortunati, potevano vivere in famiglia, ma spesso, anche i figli venivano loro tolti per essere venduti. Ogni tanto qualcuno tentava la fuga ma quando veniva ricattato, soffriva gravi sevizie, da esibire agli occhi degli altri schiavi affinché evitassero di fare lo stesso. 
 
Con la decisione di proibire la schiavitù, il destino degli schiavi americani cominciava a cambiare nel 1860 con l’elezione del presidente repubblicano Abraham Lincoln, ciò che porterà alla Guerra di Secessione, poiché al Sud, non intendevano perdere quella manodopera economica nelle piantagioni e la fedele servitù nelle loro mansioni. All’avvenimento la scrittrice americana Margareth Mitchell dedicherà uno dei più famosi romanzi americani GONE WITH THE WIND (Via Col Vento) che servirà anche per un appassionante film con Clark Gable e Vivien Leigh – che mio padre avrà visto almeno cinque o sei volte -… Fatto sta che nonostante in praticamente tutti i Paesi, la schiavitù fosse stata soppressa, ufficialmente, in Paesi come l’Africa del Sud con l’Apartheit (Separazione) e negli Stessi Stati Uniti, le discriminazioni nei confronti dei cittadini di colore resistevano fino a pochi anni fa. Pertanto, al momento della pubblicazione del saggio di Norberg, le libertà potevano essere considerate finalmente ristabilite. Rimangono ancora pochi Paesi dove, di fatto, i cittadini non sono ancora liberi, perché repressi dai regimi comunisti: Cuba, Corea del Nord, ora Venezuela e Nicaragua, mentre sopravvivono ancora diverse restrizioni nei Paesi arabi, dove alle donne si continua a non si riconoscono gli stessi diritti civili che godono gli uomini. 
 
In fine, è opportuno chiarire che, contrariamente a ciò che gli umani hanno conosciuto e vissuto in passato, ora, giunta al XXI secolo, nella grande maggioranza dei Paesi si gode un’ampia libertà che gli antichi non avrebbero mai immaginato; i rispettivi Popolo vivono sotto governi democraticamente eletti, regolati dallo stato di diritto che assicura agli individui le libertà che ognuno legittimamente acquisisce fin dalla nascita e che poi si consolida nel loro diritto di scegliere, pur mantenendo fermo il principio secondo il quale il diritto di libertà degli uni finisce dove inizia il diritto di libertà degli altri. Naturalmente, credo che nemmeno queste nostre moderne democrazie siano perfette, ma non è escluso che un’ulteriore evoluzione possa, in futuro, assicurare alle prossime generazioni un tale progresso, in cui gli individui non saranno soggetti nemmeno più alle imposizioni delle maggioranze.
 
9) UGUAGLIANZA:
Partiamo pure dal principio che tutti noi siamo individui, con una costituzione biologica particolare, che ci riserva caratteristiche del tutto specifiche; per cui, abbiamo sensibilità distinte, capacità interpretative proprie e, conseguentemente, non possiamo concepire la realtà allo stesso modo, reagendo agli eventi in modi differenti, proprio perché nessuno è uguale ad un altro. Pertanto, il concetto di generalità – di cui parla Rousseau – è del tutto astratto ed utopico; aveva ragione Margareth Thatcher quando sosteneva che la società non pensa; chi pensa sono gli individui, i quali, affacciati alla stessa finestra nel medesimo momento, non vedono e non interpretano le stesse cose… Così, parlare di uguaglianza può risultare molto equivoco.
 
Quindi, così come non siamo uguali oggi, a maggior rigore siamo differenti dei nostri predecessori; i tempi sono cambiati e continuano a cambiare: nella modernità tutto si svolge a velocità e ritmi che non si conoscevano in passato; oltretutto, anche la nostra capacità intellettiva è molto migliorata; lo notiamo, paragonandoci ai nostri nonni, ai nostri figli, ed i nostri nipoti; questi imparano a maneggiare i più moderni dispositivi in un modo tale che quando noi non sappiamo come fare, ci rivolgiamo a loro che sorridendo ci tolgono dall’imbarazzo con l’abilità delle loro dita sulla tastiera che ci stupisce. I primitivi potevano allungare lo sguardo fino al loro orizzonte; nel frattempo, per noi si è estesa in modo  incredibilmente più ampio, infatti se Galilei poteva scrutare molto più lontano degli antichi Greci e dei Romani, oggi, possiamo osservare perfino i dettagli di corpi celesti tanto lontano che lascerebbe senza parole lo stesso Galilei. Definitivamente, il nostro pensiero si è ampliato, tanto è vero che Norberg, riferendosi alle osservazioni del neozelandese James Flynn studioso dello sviluppo del Q.I. (quoziente d’intelligenza) sostiene che è in continua crescita; non ho dubbi che il raziocinio dell’attuale generazione è certamente più flessibile e dinamico di quanto non lo fosse in altri tempi nemmeno troppo remoti…
Anche i preconcetti che esistevano fra diverse etnie sono diminuiti; ciò significa che abbiamo imparato a capire che nella diversità, di fatto, contiamo tutti lo stesso; infatti, i politologi Victor Asal  ed Amy Pate, analizzando i gradi della discriminazione di 337 minoranze in 124 Paesi, notano che dalla quota di 44% del 1950, nel 2003 è scesa a 25%; quindi, la gente comincia a ben valutare come i rispettivi valori che ci dovrebbero caratterizzare, in fondo, non sono nemmeno più cosi distinti, vale a dire che i divari nei nostri giudizi si stanno davvero riducendo. Ciò significa pure che nonostante la recente ascesa al potere di certi populisti xenofobi, la tolleranza nei confronti dei “diversi” è in franco aumento. È noto, infatti, come in altri tempi, comunità che vivevano, non dico in città separate, ma anche da un lato di un ponte all’altro, coltivavano forti inimicizie nutrite dall’inclinazioni al campanilismo che spesso sfociava anche in violenti conflitti.
 
In fine, bisogna citare lo sviluppo dell’importanza e della considerazione che la donna, una volta, non godeva e che finalmente le viene riconosciuta. Certo, ci sono ancora zone dove la donna è tuttora considerata un essere inferiore; ma si tratta ormai di eccezioni; nel mondo sviluppato e perfino in via di sviluppo, la danna è ormai del tutto emancipata e non solo ha il diritto di fare le proprie scelte e di assumere incarichi sempre più importanti, ma ha ogni diritto al voto e di essere eletta perfino alle cariche più alte della politica dei rispettivi Paesi, cosa che ai tempi della generazione dei nostri bisnonni non sarebbe stata tollerata. Tanto è concreto questo fatto che Norberg lo dimostra pure con uno dei suoi soliti grafici dove risulta come nel 1900 praticamente in nessun Paese le donne potevano votare ed a maggior ragione essere elette; invece, nei primi anni del 2000 il numero dei Paesi dove alle donne vengono riconosciuti tali diritti supera i 180. 
10) LA PROSSIMNA GENERAZIONE:
Definitivamente, i nostri avi non sarebbero in grado di riconoscere il mondo in cui viviamo; allora, le donne si recavano ai fiumi per lavare i loro usurati stracci, dovendo faticare durante tutta la giornata ed alla sera, soddisfare gli appetiti dell’uomo/padrone, senza poter reclamare. Nel frattempo, non solo si  mantiene giovane a 30 anni, ma può programmare la lavatrice del bucato di sera, ritirandolo asciutto al mattino, senza una goccia di sudore; e se il marito avesse qualche desiderio, è libera di acconsentire o di negarglielo; analogamente, anche lei il diritto di reclamare i suoi legittimi desideri…  Perciò, se la condizione delle donne, come quella degli uomini è tanto cambiata – in meglio – in futuro possiamo aspettarci un ulteriore progresso.
 
Se oggi, lavoriamo meno, guadagnando di più, godendo comodità che una volta nemmeno il più potente reggente poteva immaginare, grazie allo sviluppo delle tecnologie, potremo allungare la nostra vita; vivere non solo di più ma soprattutto liberi dalle malattie che minacciavano i nostri nonni o quelle che ancora compromettono la nostra salute. La medicina subirà una tale evoluzione che non solo potremo essere curati ed operati a distanza, ma in molti casi potremo prevedere e prevenire le nostre tare con anni di anticipo; e se nel frattempo la vita media supera gli 80 anni, non ci sarà da sorprendersi se, in breve, supererà la media di 100, arrivandoci, però, ancora in forma. 
 
In politica, forse, si arriverà a modelli di autogestione di comunità quasi indipendenti, dove la corruzione potrà essere controllata e combattuta da vicino. Tutto dovrebbe diventare immensamente più trasparente, grazie all’informatica. I programmi che ancora renderanno migliore la vita degli individui saranno molto più complessi, ma allo stesso tempo anche accessibili ad una sempre più ampia parte della collettività.
L’autore conclude il suo saggio con un epilogo in cui spiega che, purtroppo, la gente si lascia impressionare più dalle cattive notizie che da quelle buone. Spiega che un libro che annuncia un mondo migliore, definitivamente avrà meno successo di qualsiasi pubblicazione che annuncia qualche prossima catastrofe. Non per niente, da un’intervista promossa in Inghilterra, alla domanda se il mondo è migliore o peggiore, 71% degli interlocutori hanno risposto – sbagliando – ma sotto l’influenza dei media, “peggiore”… 
 
Infatti, se il pessimismo ci condiziona a tele punto, non ci sono dubbi che dipenda pure da ciò che i mezzi d’informazione diffondono ogni giorno. Del resto, anche i professionisti mediatici sono stati “ammaestrati” dalle dottrine che intendono condizionare un certo modo di pensare. È anche, un po’ – se non soprattutto – il risultato del pensiero negativo che si coltiva nelle nostre scuole, dove è stato installato un malizioso modello in grado di confondere la nostra influenzabile gioventù che invece di essere preparata ad una giusta cognizione, affinché nomi giudizi dall’esperienza, viene condizionata a credere per vedere a certe teorie astratte studiate sulla misura di deleterie ideologie; li alunni sono malvagiamente indottrinati affinché partecipino alla formazione del collettivismo psicologico dopo che quello economico ha fallito. È l’infausto progetto con il quale si intende ristrutturare – in peggio – tutta una visione del mondo, cospirando contro la famiglia per creare quello che i marxisti ambiguamente chiamano l’ uomo nuovo. A questo scopo ricorrono ad un sentimento naturale che tutti portiamo nei nostri geni, la paura non tanto per rafforzare le difese della nostra gioventù che in casa imparano ad essere guidati dai dubbi, ma lo fanno per inserire nelle loro menti le loro infami certezze, con le promesse un avvenire migliore che è sempre rimandato ad un eterno domani.
 
Di fatto, come Norberg giustamente osserva, è la stessa natura ha programmato gli esseri viventi a farsi guidare dalle incertezze, dai timori. La grande libertaria Ayn Rand autrice di diverse opere di enorme valore, ha scritto un interessantissimo quanto eloquente saggio dal titolo  LA VIRTÙ DELL’EGOISMO, da me stesso recensito 
http://www.liberalismowhig.com/2016/11/01/legoismo-ed-il-progresso/
proprio perché, l’egoismo non è un male, ma un bene: una necessità biologica in difesa della nostra esistenza. Certo, è grazie alla fame, all’incertezza ed alla paura che stuzzicano il nostro organismo, per cui siamo diventati ciò che siamo. L’unica incognita che in questo positivo contesto ci rimane, è se tutto questo immenso benessere che abbiamo sviluppato, non ci potrà  portare al nichilismo; infatti, gli umani non devono alimentarsi troppo di benessere, senza le necessarie sfide, si rischia di riportare i remi in barca, mentre noi siamo fatti per navigare e non per naufragare; fame, timore ed incertezze (dubbi) ci stuzzicano e mettono in agitazione i nostri neuroni, se cessiamo di coltivare aspirazioni o nuovi desideri da soddisfare rischiamo l’estinzione… Chissà che non sia la sfida della conquista di questo grande universo che ci circonda e che da sempre desideriamo penetrare; è lì, da sempre ad aspettare per essere esplorato, forse, se un giorno scopriremo le rivoluzionarie tecnologie ce lo potranno permettere. Ricordiamoci di Popper e della conoscenza che non si esaurisce…
 
In conclusione raccomando vivamente questa lettura soprattutto a chi ancora crede che si vivano i peggiori giorni della nostra meravigliosa esistenza.